Florida

Il tour

Giorno 1 – Arrivo a Miami

📍 Miami International Airport
🚗 30 km – 30 min
📌 Valigie, caldo, inizia il diario delle meraviglie.

Giorno 2 – Miami Beach

📍 South Beach
🚗 10 km – 20 min
📌 Onde, bagnini, gelati giganti e vocabolario tropicale.

Giorno 3 – Key Biscayne & Crandon Park

📍 Key Biscayne
🚗 20 km – 30 min
📌 Ponte sospeso, mangrovie, leggende di pirati e picnic all’ombra delle palme.

Giorno 4 – Grande Giornata a Miami

📍 Brickell, Downtown, Calle Ocho, Wynwood, Outlet
🚗 80 km – 1h30
📌

  • 🚝 Metromover spaziale, skyline luccicanti
  • 🐓 Calle Ocho tra domino, salsa e souvenir
  • 🎨 Murales magici a Wynwood
  • 🛍️ Outlet e avventure da bagno!

Giorno 5 – Verso le Keys: lì, dove finisce la strada #1

📍 Miami → Islamorada → Marathon → Key West
🚗 320 km – 3h30
📌

  • Robbie’s Marina: pellicani affamati e squali nutrice
  • Sombrero Beach: missione “Let’s clean the beach!”
  • Key West: arrivo, artisti di strada a Mallory Square, gallo narratore e tramonto da favola

Giorno 6 – Key West & Bahia Honda

📍 Key West / Bahia Honda
🚗 50 km –
📌 Mattina tra negozietti, galli veri e polli fritti. Pomeriggio tra le acque cristalline di Bahia Honda

Giorno 7 – Everglades: La Palude che Respira

📍 Everglades
🚗 250 km – 3h
📌 Airboat tra alligatori, ranger-aninga e un silenzio pieno di vita.

Giorno 8 – Cape Canaveral & Cocoa Beach

📍 Kennedy Space Center / Cocoa Beach
🚗 370 km – 3h30
📌 Razzi e sogni stellari, cocco fresco e onde spaziali.

Giorno 9 – Orlando: Giochi,

📍 Orlando / Kissimmee
🚗 110 km – 1h30
📌 Attrazioni, risate e

📚 Giorno 10 – Verso l’aeroporto

📍 Kissimmee
📌 Ogni tappa una chiave, ogni parola un ricordo. Il vero tesoro? Le storie vissute insieme.

🗺️ TOTALE KM: ~1300 km
⏱️ TEMPO DI GUIDA: ~18–20 ore
📔 EMOZIONI: in ogni pagina


Strutture

1. South Beach 2 Bedroom Family & Pet Friendly Apartment with Balcony & Free Parking ⭐⭐

Alloggio con due camere da letto e un divano letto per tre bambini. Poco spazioso, con un tavolino adatto solo per 4 persone. Si trova a circa 15 minuti a piedi dalla spiaggia, quindi la posizione è comoda. Purtroppo la pulizia lascia molto a desiderare: abbiamo trovato i pavimenti appiccicosi e la casa complessivamente sporca. Non lo consiglierei a chi cerca un ambiente pulito. Parcheggio gratuito molto comodo.

2. Southwinds Motel ⭐⭐ ⭐⭐

Motel semplice ma pulito. La nostra camera aveva 4 letti ed era perfettamente in ordine. Ideale per una sosta a Key West. Il costo è piuttosto alto, ma nella media per la zona di Key West.

3. Travelodge by Wyndham Florida City/Homestead/Everglades⭐⭐ ⭐⭐⭐

Ottima posizione per chi deve visitare le Keys e le Everglades, proprio vicino all’ingresso del parco nazionale. Le camere sono pulite e spaziose, lo staff è sempre stato cortese e veloce. Perfetto per famiglie: noi eravamo in quattro e abbiamo dormito comodamente tutti insieme. L’ambiente è tranquillo, con spazi comuni ben tenuti e diversi fast food nelle vicinanze. Un’ottima soluzione pratica ed economica per chi è di passaggio.

4. Days Inn by Wyndham Cocoa Beach Port Canaveral ⭐⭐⭐⭐⭐

Motel in tipico stile americano, vicino alla spiaggia e con una colazione discreta. La camera aveva 4 letti, adatta a famiglie di passaggio che vogliono visitare Cape Canaveral (raggiungibile in 20 minuti). Nel complesso, una buona soluzione per brevi soggiorni.

5. Ultimate Vacation Villa Near Disney Townhouse ⭐⭐⭐⭐

Casa molto confortevole e spaziosa, a circa 30 minuti dagli Universal Studios. Perfetta per gruppi numerosi: noi eravamo in 7, con 3 camere e 3 bagni. Ideale per chi vuole visitare i parchi. La lavastoviglie aggiunge quel tocco di comodità che fa sentire a casa. Unica nota: viene richiesta una caparra di 100 dollari via PayPal, anche se la prenotazione era su Booking (un po’ strano). Su booking non è ben sepcificato (è scritto che deve essere fatto un bonifico)


GIORNO 1 – IL LUNGO VIAGGIO

Pronti a partire

Papà aveva caricato tutte le valigie in auto il giorno prima, incastrando ogni borsa e ogni zainetto come in un tetris acrobatico… sudore, strategie, e sette valigie.

Dentro c’era di tutto: secchielli, creme solari, shampi, farmaci, carte da Uno, la palla, cambi per l’aereo, infradito… e persino i leoni di Ludovico (di peluche, ovviamente).

Alle 8:15 la macchina era già pronta sul vialetto. Papà sfoderò la sua mitica checklist, e Sveva — da vera apprendista esploratrice — la lesse con voce solenne: — “Passaporti ok… diario ok… creme solari, occhiali da sole, carte da Uno ok… Leone di Ludovico… ok! Pronti!”

Ludovico annuì, ispezionando il suo zainetto per la terza volta. — “I leoni ci sono. Due. Nessuno resta indietro!”

Questa volta non sarebbero partiti da soli: all’aeroporto li avrebbero raggiunti anche Angelica e i suoi genitori. Angelica, inseparabile amica di Sveva, era partita da poco, carica di emozione per l’avventura con gli amici.

Il piano era stato studiato nei minimi dettagli dai papà: ritrovo nella grande hall dell’aeroporto di Venezia, tutti insieme per l’imbarco verso Miami. Papà guardò l’orologio multifunzione e annunciò con tono da comandante spaziale: — “Questa volta saremo in orario. Nessun imprevisto!”

Ma bastò accendere il motore… per iniziare la prima missione.

Lo Scarafaggio

— “Fermate tuttooooo! Uno scarafaggio sotto il mio sedile!”

La mamma saltò su come un canguro impazzito. Ludovico, con la calma di un piccolo scienziato, chiese: — “Quante gambe ha? Di che colore è? Marrone o nero?”

Papà inchiodò nella prima piazzola disponibile. La caccia al terribile cockroach cominciò: papà lo inseguiva con un fazzoletto come se fosse una rete da safari, mentre i bambini — dal sedile posteriore — davano istruzioni da veri esploratori. — “Attento, si è infilato sotto il sedile!” — “Sta scappando verso i pedali!”

Alla fine, il “mostro” fu neutralizzato. Il suo corpo — onorevolmente — fu lasciato nella piazzola d’emergenza.

Si Parte!

Sveva e Ludovico marciavano affiancati sul tapis roulant, con zainetti da esploratori: lei con il panda sotto braccio, lui con lo zainetto-leone, fiero come un ranger del Serengeti. — “Andiamo in Africa!” disse Ludovico, s… s’, perché in fondo il suo cuore è rimasto li.

Poi, nell’atrio principale, il ritrovo epico: abbracci, foto, zii, amici e il selfie di gruppo — “Ci siamo tutti!” annunciò papà. — “Manca solo il Boeing!” aggiunse Alvise.

Superarono i controlli con qualche sbuffo, poi scattarono in modalità sopravvivenza lunga attesa.

Alle 14:00 atterrarono a Madrid. Fame da lupi. In lontananza, la scritta BURGER KING brillava come un’oasi nel deserto. Ludovico ordinò in stile cowboy della savana: — “Big burger, french fries… e nuggets senza erba, please!”

Un’ultima foto sotto il cartello per Miami… e si parte

In Volo: Il Dramma del Bagno

L’aereo per Miami decollò. I bambini scoprirono i tablet di bordo come se fossero strumenti magici. Ludovico ci infilò le cuffie e fissò lo schermo a bocca aperta mentre Sveva, invece, leggeva un libro.

A metà volo, Sveva sussurrò ad Angelica: — “Devo andare in bagno…” Le due amichette si avviarono mano nella mano.

La luce del bagno non si accendeva. (Sì, si accende solo a porta chiusa, ma loro avevano paura della porta chiusa.) Fecero pipì nel buio, tirarono lo sciacquone come se lanciassero un missile. Roooombo! Tremarono le pareti. Un urlo.

Una hostess comparve all’improvviso. — “Tutto bene?” — “Tutto… fatto,” risposero in coro.

Miami: Atterraggio, Valigie e Testate

Alle 19:00 l’aereo toccò terra. Appena fuori dal finger, i bambini partirono in corsa come atleti alle Olimpiadi del nastro bagagli.

— “La mia è quella con Elsa e Anna!” gridò Sveva. — “Io prendo quella con Topolino. Attenzione… ARRIVOOOO!”

Ludovico puntò deciso una valigia a scacchi, con sopra incollato uno sticker giallo con occhi da ninja. Allungò le braccia, si aggrappò con tutte le forze… e venne sollevato lui insieme al trolley, come se volesse imbarcarsi di nuovo.

Mamma arrivò trafelata: — “Ludo! Scendi dalla giostra valigie!”

Ale, nel frattempo, si era lanciato con una capriola stile karate… e aveva urtato lo spigolo di una valigia azzurra. — BUMP! Una testata perfetta, con rimbalzo sul tappeto.

Il Ford Transit

Col Metromover, un trenino senza pilota, raggiunsero l’autonoleggio. Lì li attendeva il compagno di viaggio dei prossimi 10 giorni: il Ford Transit.

I bambini conquistarono la seconda fila come un castello. Sveva scrutò il pavimento. — “Mamma, c’è un succo, una buccia d’arancia, una cartina… sembra un picnic coi procioni!”

La mamma si trasformò in avvocato da battaglia, andò al banco clienti e tornò vittoriosa con un rimborso. Valigie caricate. Bambini stipati. Si parte!

All’uscita dal parcheggio… BUMP! BUMP! Era pieno di dossi e sembrava di essere sulle montagne russe!

La Sete Infinita

Miami di notte era calda e lucente: grattacieli come torri di Lego, palme che ballavano nel vento.

Le strade si intersecavano come serpenti… e i due papà capirono quanto era difficile guidare lì.

— “Ho sete,” sussurrò Ale. Due minuti dopo: — “Ho ancora sete.” — “Ancoooora sete.” Ludovico si irrigidì. Hammer time.

Alvise partì di corsa verso un piccolo negozio bengalese. Dentro c’erano scaffali altissimi, bottiglie colorate, odori speziati. Scelse la più fredda, pagò e tornò come un eroe con la bottiglia in mano. Ludovico bevve in un solo sorso. Papà ringraziò Alvise — “Mi hai salvato la vita.”

La Casa di Miami

Era notte fonda quando arrivarono alla casa in affitto, una villetta con l’ingresso avvolto da lucine che sembravano lucciole elettriche. La tastiera del portoncino brillava come un micro robot da sbarco lunare. Papà digitò il codice — 9473 — con dita tremanti. Beep… click. Sbloccato.

— “Missione compiuta!” annunciò Sveva

Dentro, sembrava tutto immobile. Le pareti bianche, il frigo vuoto…

MA ecco che la mamma apre la valigia una torre di pacchi De Cecco, un barattolo di sugo, la Nutella e persino il PanPiuma.

— “Mamma, hai portato l’Italia in valigia?” — “Ho portato la sopravvivenza!” rispose lei, mentre cercava una pentola tra cassetti e sportelli.

Fuori, i papà scaricavano dodici valigie come in una sfida a cronometro. Dentro, le mamme facevano bollire l’acqua.

Alle 22:00, la cucina profumava di casa. In Italia erano le 4 del mattino.

Ma la pasta è pasta, anche all’altro capo del mondo. — “Buon appetito, globetrotter!” disse mamma servendo le mezze penne rigate.

Ludovico masticava a occhi chiusi. — “Anche se sono in America… sento il sapore della nonna.”

I bambini crollarono pochi minuti dopo. I genitori, un po’ più tardi. Ma prima… un cucchiaio di Nutella. Rigorosamente italiana.


GIORNO 2

L’alba dei Monellini

La notte era passata veloce, o forse non era passata affatto: il jet lag aveva fatto suonare la sveglia biologica dei bambini alle cinque di mattina.

Sveva e Angelica si erano trovate sveglie nello stesso momento, occhi spalancati, fisse sul soffitto, mentre Miami ancora dormiva. — “È come se il giorno si fosse rovesciato,” mormorò Sveva. — “Come un pancake! Girato dall’altra parte del mondo,” rispose Angelica.

Ludovico si svegliò un’ora dopo. Con gli occhi mezzi chiusi e i capelli sparati in alto come antenne radar, borbottò: — “Perché siamo svegli nella notte? È già successo qualcosa?”

Sveva, modalità Piero Angela attivata, spiegò con tono da documentario: — “La causa è la rotazione terrestre. In Italia è giorno, qui è notte. Il nostro orologio interno è confuso.”

Ludo sbadigliò e si grattò la testa: — “Ah… Capito! Quindi… è giorno ma il sole non lo sa?”

— “Esatto, c’è il fuso orario. Qui è buio e sono le sei del mattino, ma in Italia è già ora di pranzo,” concluse Angelica. — “Tanto in Francia non ho mai dormito!” dichiarò Ludovico con tono da sapiente.

Ma non aveva capito niente. Proprio niente. Poi ebbe l’idea del secolo: — “Andiamo a svegliare mamma e papà!”

I genitori erano già svegli, rannicchiati sul letto come orsi stanchi dopo il letargo. Ma bastò una frase per scuoterli: — “PAPÀÀÀÀ! C’è uno scarafaggio nel letto!”

Papà spalancò un occhio, poi lo richiuse con rassegnazione: — “Ma non lo avevo già ucciso ieri…?”

La mamma balzò in piedi come un ninja in ciabatte, e… CIABATTONE! Colpo secco. Scarafaggio eliminato. — “Finale dei mondiali. Italia uno, scarafaggi zero,” sentenziò.

Colazione

Alle 7:00, colazione estratta dalla valigia come un tesoro: Pan di Stelle, tè caldo, caffè di Alvise, succo per Ludovico.

— “È come stare a casa!” disse Angelica, guardando fuori. — “Non vedo l’ora di vedere cosa c’è fuori!”

La squadra si preparò per l’esplorazione. La mamma brandiva la crema solare come una spada medievale. — “Protezione 50! Nessun naso verrà arrostito oggi!”

Ludovico cercava di spalmarla… sul papà. — “Papà, stai fermo! Sei il mio primo cliente del giorno!”

Direzione: Ocean Drive!

Dopo un epico giro turistico per Ocean Drive a bordo del nostro glorioso Ford Transit, un transatlantico su ruote pieno di bambini urlanti, arrivò il momento più temuto da ogni genitore in vacanza: trovare parcheggio a South Beach.

Tra grida di “Quando arriviamo?” e “Voglio toccare l’acqua!”, il driver di turno, papà Alvise, trovò uno spazio libero. O almeno così sembrava. Con la precisione di un elefante bendato, si infilò e… BUM! Un rumore secco, inequivocabile. Centrò in pieno un’auto parcheggiata. Il cuore gli saltò in gola.

Mamma Sally passò da zen a furia latina in 0,3 secondi: — “MA COME GUIDI?!?!”

Lui pietrificato al volante, già si vedeva espulso dagli Stati Uniti e costretto a vendere il furgone per pagare i danni.

Ma come in ogni buona commedia americana, entrò in scena la signora Cardozo: padrona dell’auto colpita, un angelo in ciabatte che ci rassicurò con un sorriso e un: — “Don’t worry, capita.”

Poi arrivò l’agente Confessore (sì, si chiamava davvero così), un poliziotto italo-americano con la calma di uno zio al barbecue. Prese i dati, scrisse il rapporto e, vedendo il branco di bambini già in costume, ci fece l’occhiolino: — “Andate a divertirvi. Ma niente più tamponamenti, eh?”

E così, tra urla, drammi e colpi di scena, i bambini toccarono finalmente l’oceano.

La Spiaggia dei Colori

Fu magia pura: Palme ondeggianti, sabbia bianca come zucchero a velo, l’oceano che scintillava come uno specchio gigante.

Le torrette dei bagnini erano veri capolavori: rosa shocking, arcobaleno, lilla e giallo, ognuna sembrava uscita da un libro illustrato. Ludovico le fissava incantato, mentre Sveva si allenava nella sabbia.

Angelicarimase senza parole. — “Sono opere d’arte,” disse mamma Martina. “Servono ai lifeguards, i bagnini, per aiutare chi è in difficoltà. Ogni colore ha un significato!”

E lesse un cartellone:

🚫 RED CROSS – Swimming Prohibited.

🟥 RED FLAG – High Hazard: Strong currents.

🟨 YELLOW FLAG – Moderate surf and/or currents.

🟩 GREEN FLAG – Calm conditions, exercise caution.

🟪 PURPLE FLAG – Dangerous Marine Life (jellyfish, sharks!).

Ludovico spalancò gli occhi: — “Quindi potremmo vedere… uno squalo vero?!” — “Mchissà…” rispose papà, con un sorrisetto misterioso.

Ludovico fu il primo a lanciarsi: — “ONDA GIGANTEEEEE… ARRIVOOOO!

Saltava, spruzzava, rideva come un delfino impazzito. Il sole rimbalzava sull’acqua, le onde lo sollevavano come un tappeto elastico. Fu una meraviglia tropicale.

Appena uscirono, i papà organizzarono una partita di calcio. Zaini come porte. Sabbia ovunque. E gran gol di Lautaro in rovesciata!

Pranzo al Carlyle

— “Al Carlyle!” annunciò papà, come se fosse l’entrata a un castello incantato.

Si sedettero sotto grandi ombrelloni bianchi, tra palazzi rosa, turchesi, lilla, con finestre curve e insegne al neon.

Ordinarono:  hamburger giganti, club sandwich,  limonata ghiacciata,  insalatona con avocado.

Quando arrivò il menu dei dolci: — “Sette dollari per una pallina di gelato?! Troppi raga!” disse papà. — “Lo prendiamo a merenda,” decretò la mamma.

Pomeriggio: Biciclette e Grattacieli

Noleggiarono biciclette (circa 100 dollari a famiglia)— e per la prima volta un tandem!

Sfrecciarono lungo Ocean Drive, tra palme, hotel dai colori pazzi, skater acrobatici e surfisti con tavole giganti. Lungo il percorso: fontane che cambiavano colore, gente che faceva yoga, bambini con costumi da squalo.

Arrivarono al Pier, e lì… i grattacieli toccavano il cielo!

Merenda con gelato all’anguria. Slurp! Poi… WOOOOOOOOOMMMMMM! Un cargo gigantesco entrava in porto.

Ludovico saltò come un popcorn. Angelica e Sveva lo fissavano con gli occhi spalancati. — “È… un palazzo che galleggia!”

Bagno vicino al Pier

Prima di rientrare, decisero: ultimo tuffo al molo.

L’acqua era bassa e trasparente, e il rumore delle onde… sembrava una canzone dolce e lunga.

Mentre le ragazze facevano il bagno, Ludovico, sdraiato con i suoi animali africani, guidava una processione di leoni e zebre sulla sabbia, come se fosse ancora nel Serengeti.

Uscirono con i costumi pieni di sabbia, le gambe che tremavano e un sorriso stampato in faccia. — “Giornata magica,” disse Sveva, guardando l’oceano.

La gita in bicicletta era stata faticosa, ma bellissima.

E la sera…

Le mamme prepararono la pasta… ma troppa era la stanchezza e i bambini crollarono a stomaco vuoto.


GIORNO 3 

Il Tesoro di Key Biscayne

Papà aveva proprio quella voce lì. Quella da grande avventura in arrivo.

— “Oggi si va a Key Biscayne!” annunciò con tono solenne, come se stesse rivelando il segreto di una mappa del tesoro.

— “Ma dov’è? Ci sono i delfini?” chiese Ludovico, già con il cappellino calato sugli occhi.

— “Un’isola magica, piena di animali strani e storie di pirati,” sussurrò la mamma, misteriosa come un romanzo.

Sveva, Ludovico e Angelica si lanciarono sul pulmino come corsari sul ponte. Appiccicati ai finestrini, osservavano il mondo con occhi spalancati.

Fuori, le palme danzavano lente come ballerine, le case color pastello scivolavano via come in un film anni ’50 e i grattacieli di Miami si lanciavano verso il cielo come razzi pronti al decollo.

Appena lasciata Miami, il ponte sembrava una lingua d’asfalto sospesa tra due cieli: da un lato i grattacieli argentati, alti e brillanti come torri di vetro; dall’altro, nuvole bianche si riflettevano sull’acqua turchese, gonfiando l’aria di promesse d’avventura.

— “Siamo su una pista di lancio!” esclamò Ludovico, guardando i grattacieli che sembravano razzi pronti a decollare.

— “Ohissaa, ohissaa!” urlavano i papà, fingendo d’essere su un galeone dei Caraibi.

A destra, l’Atlantico brillava come un tappeto d’argento vivo.

A sinistra, le mangrovie sembravano broccoli giganti, e piccoli aironi bianchi spiccavano il volo con eleganza.

— “Sembra di volare!” esclamò Angelica, già pronta con la macchina fotografica.

— “Là sotto ci sono gli squali?” chiese Ludovico, schiacciato al finestrino come un gatto curioso.

Papà rise.

— “Questo è Crandon Park, un parco bellissimo. Qui vivevano i Tequesta, un popolo nativo. E secondo la leggenda, i pirati nascondevano i loro tesori tra le mangrovie!”

— “And treasure is still out there…” sussurrò mamma

— “E oggi il vero tesoro sono gli animali: iguane, procioni, e uccelli con piume arcobaleno!” aggiunse papà.

Risciò: In cerca di Iguane e Procioni

I Monellini scesero dal pulmino e… WOOOW!

Una flotta di risciò coloratissimi li aspettava: ruote enormi, tendine gialle e campanelli squillanti come campanelle di festa.

— “Pronti… partenza… viaaaaaa!”

I genitori pedalavano con fatica, mentre i bambini sembravano capitani d’esplorazione in missione segreta.

Attraversarono sentieri di radici attorcigliate, sabbia e profumo di salsedine tropicale.

— “Un’iguana gigante!” gridò Angelica.

Stava lì, verde come una foglia d’antico, immobile su un sasso. Regale.

— “Hey, piccola iguana! Fai la modella!” urlò Ludovico, ridendo.

Poi via, a caccia di procioni. Occhietti curiosi tra le foglie…  O forse no….

— “Li hanno addestrati per mimetizzarsi con i turisti,” sospirò Ludovico. Deluso,

Il Faro del Pirata

Non potevano arrivarci in risciò, ma il faro di Cape Florida si alzava tra le dune, bianco e silenzioso come un gigante, con le onde che gli cantavano canzoni d’altri tempi.

— “Duecento anni fa,” spiegò papà, “un pirata cercò di nascondersi lì… ma il guardiano gli raccontò storie così paurose che il pirata scappò via urlando!”

— “E il tesoro?” chiese Sveva, occhi spalancati.

— “Mai trovato. Ma forse… è ancora lì, sotto la sabbia.”

Papà Alvise, con sguardo da avventuriero, aggiunse: “Saliremo lassù, avvisteremo navi, galeoni e forse… pirati. Magari anche un forziere d’oro nascosto tra le onde!”

Lo disse con l’aria di chi si credeva Jack Sparrow, ma con meno rum e più responsabilità genitoriale.

Ma si sa… Jack Sparrow non è affidabile. E nemmeno papà Alvise con gli orari. Il faro, con la sua altezzosa eleganza da vedetta dei mari, era lì, bianco e immobile, a guardarci come se sapesse già tutto.

Chiudeva alle 12:00. Noi lo scoprimmo alle 12:07. Il tempo passò inesorabile, come le onde sulla sabbia.

E così la cima del faro, con la sua promessa di panorami mozzafiato e pirati all’orizzonte, restò un miraggio.

Si consolarono andando a pranzo e con la certezza che, almeno quel giorno, il tesoro più prezioso era non dover salire 217 gradini con due zaini, tre bambini e una banana mezza mangiata.

Pranzo al Lighthouse

Tutti spettinati, affamati e pieni di sabbia, si fermarono a mangiare vicino al faro: tavolini in legno, ombrelloni bianchi, e un profumo di pesce fritto che sembrava guidarli come una bussola.

Sveva, con la determinazione di una sirenetta affamata, ordinò calamari fritti, croccanti e dorati come piccoli anelli del tesoro sommerso.

Ludovico, invece, puntò il dito sul menù e dichiarò: “Voglio il panino più grande!”

E così fu. Arrivò un colosso tra due fette di pane, così alto che per addentarlo serviva la bocca di un leone.

Nel frattempo, papà Massi si innamorò: No, non di una cameriera, ma di una salsa misteriosa, servita accanto a una porzione qualunque. Nessuno seppe mai cosa contenesse, ma da quel momento cercò di abbinarla a tutto, anche all’insalata di papà Alvise.

Angelica, sempre elegante anche nelle scelte culinarie, optò per qualcosa che assomigliava vagamente a una frittura di pesce, perfetta da condividere con mamma Selena, che già la guardava con aria complice e forchetta pronta.

Papà Alvise, nel suo ruolo di paladino della linea, trovò un’insalatona talmente invitante da sembrare una foresta tropicale in ciotola: foglie giganti, avocado lucenti e semi di ogni provenienza…dubbia provenienza!

Poi, con la teatralità di un annuncio reale, mamma Marti posò il menù sul tavolo e proclamò: “È ora. Sangria per tutti!” Lo disse come se stesse aprendo un portale verso il divertimento.

Arrivò una caraffa gigante, decorata con frutta galleggiante e cubetti di ghiaccio che tintinnavano come campanellini da festa.

Perfino i bambini applaudirono (non sapendo bene perché), attratti dai colori e dalla promessa di una mamma più allegra.

E così, tra forchettate croccanti, foglie verdi danzanti e bicchieri tintinnanti, quel pranzo diventò una festa di sapori, risate e macchie di sangria sulle tovagliette americane.

La Spiaggia e il Vento dell’Oceano

Il vento ululava come un drago affamato, sollevava cappellini, asciugamani, ombrelloni e… anche la pazienza di papà Massi.

Missione: piantare l’ombrellone.

Papà iniziò con fare deciso, brandendo due palette da bambini come se fossero utensili da archeologo. I bambini lo guardavano come si guarda un eroe prima della battaglia.

— “Scavate qui!” ordinò con autorità.

Il buco, però, sembrava restituire la sabbia più veloce di quanto venisse tolta, come se la spiaggia stessa non volesse l’ombrellone.

Dopo cinque minuti, papà era curvo come una virgola, le ginocchia affondate fino alle caviglie, il volto sabbioso e rosso come un’aragosta timida.

Poi, l’apice del dramma:

Aprì l’ombrellone. Un boato di vento lo trasformò in una vela. L’ombrellone si impennò, trascinando papà per qualche passo sulla sabbia, in una scena degna dei migliori film di pirati.

— “Tienilooooo!” gridava mamma, cercando di bloccarlo tenendolo per le mani

— “È vivo! È vivo!” urlò Ludovico, convinto che l’ombrellone fosse un animale posseduto.

I bambini corsero verso le onde, gridando e ridendo, si tuffarono, si rotolarono, si fecero seppellire nella sabbia come mummie egizie, lasciando solo fuori le dita dei piedi.

Partita con gli Americani

Tutto ciò che Ludovico vedeva… lo calciava.

Lattine, sassolini, conchiglie, perfino un guanto solitario abbandonato dal destino.

Era in trance agonistica. La sabbia era il suo stadio, il mondo la sua Champions League (ma in costume e senza scarpe).

Poi… un pallone. Rotolava lento, solenne, quasi mistico, in mezzo alla spiaggia come se aspettasse solo lui.

Ludovico lo fermò col sinistro. Uno sguardo. Qualche passaggio con papà. Poi, come nei film: — “Let’s play soccer!”

Ed ecco che nasce… la Partita.

Da una parte, l’Italia: Ludovico, papà Massi e le due mamme (già pronte a protestare col VAR immaginario).

Dall’altra, gli Stati Uniti: due ragazzini biondi, il papà americano e… papà Alvise. Sì, proprio lui, arruolato all’ultimo minuto, considerato naturalizzabile vista la sua passione per il country.

Angelica prende posizione a bordo campo con la macchina fotografica: ogni leggenda merita il suo fotografo ufficiale.

Si parte!

Il pallone vola, i piedi scalzi sollevano nuvole di sabbia, le urla si confondono col vento (e con i “Ma attento!” delle mamme).

Ludovico dribbla un americano, poi il secondo… il terzo cade da solo, confuso.

— “SEMBRA LAUTARO, MA PIÙ ABRUZZESE!”

Tiro! GOOOOAAAL!

Italia in vantaggio, e la curva (cioè la mamma) esplode!

Gli americani non ci stanno.

Cross dalla destra, colpo di testa acrobatico:

— “E L’AMERICANO VOLAAA COME UN GABBIANOOO! PAREGGIOOO!”

Tutto da rifare.

Papà Massi ci prova da fuori area. Tiro rasoterra… palo clamoroso!

La palla rimbalza, Ludovico la raccoglie, sguardo di fuoco, botta decisa e…

GOOOOAL! 2 a 1 per l’Italia!

Ma gli USA reagiscono subito: contropiede fulmineo.

Mamma Martina in porta, braccia larghe come un granchio ninja.

Tiro secco!

— “E NON PUÒ NULLA! È 2 A 2! UNA VERA GUERRA DI NERVI, SIGNORI!”

Si va ai rigori.

Segnano tutti. Nessuno cede.Ultimo tiro. Il silenzio cala sulla spiaggia. Il vento si ferma. Anche il venditore di cocco trattiene il fiato.

Papà Massimiliano è in porta. Occhi chiusi. Forse prega.

Il ragazzino americano sistema la palla. Passi lenti, sguardo da Clint Eastwood con ciabatte.

— “ECCO CHE PARTE… rincorsa… calcia col destro…”

Papà Massimiliano SI TUFFA! Ma… SOTTO LE GAMBE! Classico.

GOOOOOAAAL!

— “MA CHE PARTITA, SIGNORI MIEI!

Un pareggio epico, tra sabbia, sudore e leggenda. Da tramandare ai posteri… o almeno da raccontare ogni estate.”

Tornarono sul pulmino, salati, stanchi, felici. E la sera, pizza per tutti.

— “Questa sì che è casa,” sospirò Sveva.


GIORNO 3

Downtown Miami

Appena scesi dal minivan, un ronzio elettrico li fece alzare lo sguardo verso il cielo.

— “Guardate! Il Metromover!” gridò Ludovico, indicando il trenino sospeso che volava tra i grattacieli come una giostra futuristica fatta di vetro e metallo lucente.

Il Metromover li attendeva alla fermata vicino al Parco della Baia. Le porte si aprirono con uno sbuffo magico, e un venticello fresco e profumato di oceano entrò nella cabina. Dentro, sembrava di essere su un’astronave: tutto era grande, veloce, spaziale.

 Le luci correvano sui binari come code di comete, e davanti al finestrino gigante, i tre bambini si piazzarono come piccoli astronauti pronti al decollo.

Il trenino scivolava tra i palazzi con curve morbide, passando tra torri di vetro azzurrino, facciate argentate punteggiate di cerchi metallici, e ponti sospesi come in un videogioco.

Fuori, ogni finestra rifletteva il cielo e ogni edificio sembrava una scultura geometrica. Alcuni brillavano, altri sembravano coperti di squame, come un drago addormentato.

— “So many buildings! And palm trees… everywhere!” esclamò mamma Martina, sorridendo.

— “Palm trees sono le palme, vero?” chiese Sveva.

— “Exactly. They look like dancers!” rispose Martina mentre un venticello profumato di oceano e cemento caldo entrava dalla porta automatica.

Poi, all’improvviso, un silenzio… interrotto da un’esclamazione mistica:

“Ragazzi… abbiamo sbagliato.”

Era papà Massimiliano, che fissava la mappa con lo stesso sguardo di Indiana Jones davanti a una trappola.

Lo sguardo si fece sempre più smarrito, mentre cercava di decifrare un misterioso codice a colori:

tre linee.

Una blu, una gialla, una che adesso era nera ma prima non lo era.

“Ma… non dovevamo prendere la gialla? Perché adesso è nera? Cosa vuol dire il tratteggio?”

“Magari è una linea fantasma,” suggerì ironico Alvise, ormai convinto che anche i navigatori avessero un senso dell’umorismo sadico.

Poi, con l’audacia di chi ha visto troppi tutorial su YouTube, Alvise propose: “Ma una non vale l’altra?” Silenzio. Ignorato come una notifica di un app che nessuno usa. La carovana scese compatta dal mezzo, un po’ come una squadra di rugby prima della mischia. Ed eccolo lì: un ometto misterioso, con un cappello troppo largo e la barba troppo corta per sembrare vero. Aveva l’aria di uno che nella vita aveva visto troppo… o forse solo troppe linee colorate. Indicò la direzione giusta con una voce roca: “La gialla vi salverà.”Sembrava un personaggio secondario di Stephen King, ma in quel momento fu il nostro Gandalf metropolitano.Il gruppo si rimise in marcia, fidandosi ciecamente del suo dito e del destino.

Ma la quiete durò poco. “HO FAME!” Fu l’urlo che fece tremare le fondamenta della stazione. Era lui. Ludovico. Quando dichiarava fame, non c’era forza nell’universo in grado di ignorarlo.Ma quella volta, prima che il panico si diffondesse, mamma Martina – che da sempre nascondeva nelle borse ogni genere di soluzione – si illuminò. Con mossa fulminea, estrasse una banana perfetta, come Excalibur dalla borsa del supermercato.

Ludovico non disse nulla. Sbucciò, addentò…

E in un secondo si trasformò in una vorace scimmietta felice, saltellando con la buccia in mano e un sorriso da safari. E la pace, almeno per dieci minuti, fu ristabilita nel regno.

Arrivati a Brickell, l’aria era diversa: più calma ma anche più luminosa.

Torri verde smeraldo si specchiavano l’una nell’altra, con palme alte che sventolavano come bandiere, e tutto brillava come appena lavato dal sole.

— “Questa città luccica come una pigna a Natale,” disse Sveva, sorridendo.

Ludovico si sedette sotto una palma gigante, tirò fuori una fetta di anguria rossa e zuccherina, e disse:

“Anguria sotto i grattacieli…”

Calle Ocho – La Piccola Cuba

Erano le 11:30 quando il gruppo lasciò i grattacieli scintillanti di Brickell, risalendo sul minivan bollente come una padella di ghisa.

— “Are we going to Cuba now?” chiese Sveva, confusa.

— “Not really, but almost!” rispose mamma Martina. “Calle Ocho is a little piece of Cuba right here in Miami!”

Il tragitto durò poco più di dieci minuti, ma fu come attraversare un portale magico: dai vetri del finestrino, gli edifici moderni lasciavano spazio a case basse con pareti color mango, palme giganti e bandiere cubane che sventolavano tra balconi e fili elettrici.

Le strade si facevano più strette, ornate da murales giganteschi, scritte in spagnolo e negozietti con insegne retrò.

— “Sento odore di caffè e… pane dolce!” disse Ludovico, sporgendosi.

— “Bienvenidos a Calle Ocho,” annunciò papà con tono solenne. “Questa è la piccola Cuba, un angolo di cuore, storia e musica. Qui si sono rifugiati tanti cubani quando hanno lasciato l’isola,” spiegò papà. “Per loro questa strada è casa, memoria… e speranza.”

Trovare parcheggio fu un’avventura:  Alla fine i papà riuscirono a trovare un posto largo tra due palme e una panchina azzurra.

— “E adesso dove saranno le mamme?” chiese Alvise.

Papà Massi alzò il naso come un segugio. “Scommetto tutto sul negozio di pincionerie più grande della zona.

Aveva ragione: la mamma uscì da un negozio colmo di souvenir tintinnanti, con collane di perline, braccialetti di semi e una calamita a forma di caffettiera.

— “Look! A little souvenir for each of you,” disse, distribuendo con entusiasmo i regali ai bambini.

— “What’s souvenir in italiano?” chiese Angelica.

— “Ricordo. Perché ogni viaggio ci lascia qualcosa dentro.”

Affamati, si fermarono in una locale colorato, con tende svolazzanti, musica dal vivo e il profumo irresistibile del mojito alla menta.

Il menù sembrava una mappa incantata: “Rice and beans, per favore!” ordinò la mamma, decisa.

— “Yuca fritta e ropa vieja per tutti!” gridò Alvise, già con il tovagliolo al collo come un torero.

All’uscita, li aspettavano i famosi galletti di Calle Ocho: statue alte come adulti, coloratissime, con occhiali da sole, cappelli da salsa, e persino una con un fiore fucsia infilato all’occhiello. Angelica scattava foto da ogni angolo.

Nel cuore pulsante di Calle Ocho, dove l’aria profuma di sigaro cubano e i muri raccontano storie dipinte di mille colori, sorge un piccolo angolo incantato chiamato Domino Park. Non è un parco come gli altri. Non ha montagne russe né laghetti scintillanti, ma custodisce qualcosa di molto più prezioso: il tempo.

Varcato il cancello in ferro battuto, sembra di entrare in una dimensione sospesa. Sotto il tetto rosso che protegge dal sole tropicale, siedono i custodi della memoria — uomini e donne dai capelli d’argento e gli occhi profondi, intenti in battaglie silenziose fatte di tessere bianche e nere. Le loro mani, agili nonostante gli anni, muovono i pezzi come se danzassero, al ritmo del passato e della saggezza.

E fu lì che Sveva, Angelica e Ludovico si fermarono all’improvviso, come se un incantesimo li avesse toccati. I loro occhi, grandi e sgranati, seguivano ogni mossa del gioco con una meraviglia quasi sacra. Si dimenticarono del caldo, dei gelati, perfino dei giochi rumorosi. In quel momento, Domino Park li aveva catturati. Non con la voce, ma con il mistero silenzioso di un gioco che parla solo a chi sa ascoltare.

Le risate si mescolavano ai racconti sussurrati, mentre una brezza leggera portava con sé il suono lontano di una tromba che suonava salsa, da qualche finestra aperta. Ogni panchina era un trono. Ogni tavolo, un campo di battaglia. E ogni anziano, un re o una regina del tempo, che giocava non per vincere, ma per non dimenticare.

Camminando tra la gente, un gruppo iniziò a suonare salsa. Tamburi, maracas, chitarre, e le mani battevano il ritmo.

Sui muri esplodevano murales giganteschi: bandiere cubane che si avvolgevano come onde, volti sorridenti con occhi a cuore, mani alzate al cielo e scritte in spagnolo come “Libertad” e “Mi corazón es cubano”.

Papà e mamma si fecero una foto davanti a un enorme “I ❤️ YOU

Papà guardò l’orologio, poi il gruppo, poi l’orizzonte tremolante.

— “Direi che è ora di andare. Prossima tappa!” annunciò, con tono da comandante della spedizione.

Ma proprio in quel momento…

— “Wait, wait, wait!” esclamò mamma Martina, con lo sguardo fisso su una vetrina scintillante a pochi passi da lì. “Aspettate un attimo… ho visto un altro negozietto!”

Il gruppo sospirò in coro. Persino Ludovico si sedette su uno scalino, sventolando la sua bandierina come una banderuola stanca.

— “Ma quanti souvenir può comprare una persona sola?” chiese Alvise.

— “Infinite. Soprattutto se sono colorati, tintinnano… e costano meno di cinque dollari,” sentenziò papà Massi con sguardo esperto.

E così, sotto il sole di Little Havana, mentre un gallo vero cantava da un tetto vicino e la tromba riprendeva a suonare da una finestra, i Monellini aspettarono l’ultima, irrinunciabile incursione nella pincioneria world di mamma.

Wynwood Walls – Arcobaleno Urbano

Erano ormai le 15.30 quando arrivarono a Wynwood, il quartiere degli artisti.

Appena scesi, sembrava di entrare in un arcobaleno esploso. Facce di leoni giganti, occhi umani che brillavano, fiori tropicali che sbucavano dai muri, frasi poetiche scritte con lettere danzanti. C’era perfino una parete tutta rosa con un enorme unicorno con la criniera di fuoco. Anche il marciapiede sembrava un’opera d’arte: c’erano zampette colorate, stelle, impronte giganti e frecce che indicavano direzioni immaginarie, come “Verso la Luna” o “Ingresso per draghi”.

L’aria profumava di spezie e dolci: si sentiva odore di churros appena fritti, di succo di mango servito in gusci di cocco e di caramello caldo che sembrava uscire da qualche sogno goloso.

— “Wooooow!” fece Sveva, restando immobile come una statua di fronte a tanta meraviglia.

La mamma spiegò: “Un tempo qui c’erano solo magazzini abbandonati. Ora ogni muro è una tela: gli artisti lo hanno trasformato in un museo… a cielo aperto!”

Angelica scattava foto come una cronista in missione speciale: un delfino con le ali, un cactus che piangeva glitter, un bambino che leggeva una banana come fosse un libro di fiabe.

Ludovico invece calciava la sua palla tra un murale e l’altro, cercando di non farla finire su un’opera astratta.

All’improvviso, da lontano, si udì una musica allegra che sembrava danzare tra le strade. Un bus scoperto, coloratissimo come un arcobaleno su ruote, avanzava lentamente tra i murales. Sul tetto c’era una piccola orchestra ispanica: trombe, tamburi e maracas che suonavano ritmi travolgenti, mentre i musicisti, con cappelli di paglia e camicie a fiori, distribuivano sorrisi e saluti a chiunque incrociasse il loro sguardo.

I bambini corsero verso il marciapiede, come se la musica li avesse chiamati per nome. “Voglio salire anch’io!” gridò Ludovico, con la palla stretta sotto il braccio.

— “Anch’io, anch’io!” fecero eco Sveva e Angelica, saltellando.

Il bus si fermò per un attimo proprio davanti a loro, e uno dei musicisti lanciò in aria una manciata di coriandoli colorati che sembrarono sciogliersi nel cielo come zucchero filato.

Per un istante, Wynwood non fu solo un quartiere di murales, ma un palcoscenico vivente dove arte, musica e sogni giocavano tutti insieme.

Outlet vicino all’Aeroporto

Ultima tappa. La più attesa da mamma Martina. “Ora… shopping sfrenato!” gridò, mentre il minivan sfrecciava lungo l’autostrada verso un enorme outlet che sembrava una città di negozi.

Dentro, un labirinto di insegne luminose, vestiti che volavano dalle grucce, scarpe con lucine, zaini con supereroi, saldi ovunque.

Mentre le mamme erano dentro il centro commerciale – probabilmente intrappolate in qualche universo parallelo fatto di saldi, taglie introvabili e profumi con nomi francesi – i papà si godevano un momento di pace con i bambini all’aperto. Almeno fino a quando… il dramma.

Una vocina squarciò l’armonia: «Papà, mi scappa la cacca!» Era Angelica. Serissima. Urgente.

Un silenzio glaciale calò sul gruppo. Papà Alvise, che fino a quel momento aveva gestito ogni situazione con la calma di un monaco zen, sentì un brivido corrergli lungo la schiena.

«Possiamo farla nel parcheggio?» suggerì Angelica, con innocente creatività.

Fu in quell’istante che Alvise capì: anni di educazione civica, fiabe educative e discorsi sul rispetto degli spazi pubblici… tutti vani.

Operazione d’emergenza: si entra nel centro commerciale. Il clima all’interno era quello tipico delle tundre siberiane: aria condizionata a -12, corridoi infiniti, segnaletica criptica come i geroglifici. «Corri Angelica!»

«Dai papà, ma non mi scappa così tanto!»

«Forse a te no… ma con questo freddo adesso scappa a me!»

Un momento epico, un po’ tragico, molto comico. Ma alla fine la toilette fu conquistata, e con essa, l’onore paterno.

Stanchi. Felici.


GIORNO 5

Bye Bye Miami – Benvenuti nelle Keys!

La sveglia squillò presto. Troppo presto, secondo Ludovico.

Erano appena le sette, e già si sentiva la voce squillante della mamma: — “Rise and shine! Avventura nelle Keys, monellini! Today we go south. To the islands. The Keys!”

Ludovico si rigirò nel letto con la faccia nel cuscino. “Ma è notte!” brontolò, cercando il suo peluche a forma di alligatore.

Fuori dalla finestra, Miami sembrava ancora mezza addormentata. Le strade erano quasi vuote, come se anche la città volesse dormire un po’ di più.

— “Questa è una giungla di strade! Un labirinto per coccodrilli!” esclamò papà, mentre guidava tra svincoli e curve, e il navigatore ripeteva con voce elettronica: “Ricalcolo percorso. Ricalcolo percorso.”

Si fermarono a fare la spesa per il pranzo quando apparve la vetrina di una bakery tutta decorata con ovetti colorati, coniglietti e fiorellini. — “Ma… oggi è Pasqua!” esclamò mamma, guardando una vetrina piena di cioccolato. Ci guardammo stupiti. Nessuno se ne era ricordato! Troppo presi dall’avventura, avevano dimenticato perfino che giorno fosse.

La Strada sull’Oceano

Poi, all’improvviso, il caos lasciò spazio alla meraviglia. Davanti a loro, la mitica Overseas Highway si tuffava dritta nell’azzurro più azzurro del mondo, come una striscia di nastro incollata tra cielo e mare. Papà Alvise fece risuonare all’interno del furgone “Livin’ on Key West Time”. Intorno, l’oceano brillava come uno specchio fatato, punteggiato qua e là da minuscole isole che sembravano galleggiare tra le nuvole riflesse nell’acqua.

— “Ragazzi,” disse papà Massi, più rilassato, “le Keys sono un arcipelago di isole coralline. Immaginate tante perle magiche infilate su un filo lunghissimo: ecco, il filo è questa strada, e le perle sono le isole!”

In quel momento, una brezza leggera entrò dal finestrino, portando con sé un profumo di sale e sole. I bambini si sporsero un po’ per vedere meglio: sotto il ponte, l’acqua era così trasparente che si potevano intravedere pesci argentati che danzavano come coriandoli vivi, e chissà… forse anche una tartaruga saggia o una sirena addormentata.

— “E quante sono?” chiese incuriosita la più piccola, stringendo il suo peluche come se anche lui ascoltasse.

— “Centoquarantatré, più o meno… Ma le principali sono sette. Come i giorni della settimana: Key Largo, Islamorada, Marathon, Big Pine Key, Duck Key, Key West… e altre che scopriremo, magari nascoste dietro una nuvola o sotto un arcobaleno!”

La macchina sembrava fluttuare sull’acqua, come se anche lei stesse sognando. E nell’aria, se si ascoltava con attenzione, si poteva quasi sentire il canto lontano di un gabbiano che raccontava storie di tesori nascosti e mappe dimenticate. O forse era solo partita “Life is an Highway” dei Rascall Flatts.

Prima tappa: Robbie’s Marina

Dopo più di due ore, si fermarono a Robbie’s Marina, un piccolo villaggio di legno colorato, pieno di barche, pontili, pescatori e musica in sottofondo. C’erano bancarelle che vendevano collanine, t-shirt con pellicani surfisti, cocchi freschi e cartelli con scritto: “Feed the Pelicans!”

— “Let’s feed the pelicans!” disse mamma Martina con entusiasmo.

Per sei dollari, ricevettero sei pesciolini puzzolenti in un secchiello.

— “Chi ne prende più al volo è il campione delle beccate!” gridò Ludovico, lanciando il primo pezzo.

I pellicani lo afferrarono al volo con colpi precisi e maestosi.

Sveva, però, fissava l’acqua. “Look! Uno squalo!”

— “È uno squalo nutrice,” spiegò Ludovico con tono da esperto. “Non ha denti affilati, mangia gamberetti!”

Angelica scattava foto a raffica, mentre una signora locale raccontava che gli squali nutrice vivono in pace con i pellicani, pulendo il fondo del molo come spazzini del mare.

Dopo i pesci, si dedicarono a un giro per pincionetti tropicali: cappelli di paglia a forma di ananas, calamite a forma di lamantino, e occhiali da sole a forma di fenicottero. E fu proprio lì, dietro un chioschetto di granite all’anguria, che papà Alvise fu attirato da un piccolo bar tutto storto, costruito su palafitte e dipinto con colori sgargianti. Entrò incuriosito… e restò a bocca aperta. C’erano banconote appese ovunque. Sui muri, sul soffitto, perfino sul ventilatore che girava pigramente come un pellicano assonnato. Alcune avevano firme, altre disegni, altre ancora frasi misteriose scritte in lingue sconosciute.

— “Sembrano storie di viaggiatori,” mormorò, come se le banconote sussurrassero racconti di chi era passato di lì.

Per un attimo, una vocina nella sua testa gli suggerì di prenderne una… magari per comprarsi un cappello da pirata. Ma poi sorrise, scacciò la tentazione, e si accomodò su uno sgabello intagliato. — “Questo sì che è un posto perfetto per sorseggiare una Tequila con vista sull’oceano,” pensò, mentre il sole danzava tra le onde. E nella sua mente, come accesa da un interruttore segreto, cominciò a risuonare “3 Tequila Floor” di Josiah Siska, mentre il vento faceva ondeggiare le banconote come fossero vele pronte a salpare.

Pranzo e Missione Spiaggia

Dopo un altro breve tragitto, arrivarono a Sombrero Beach. Trovarono parcheggio sotto una duna, all’ombra gentile di una palma che sembrava sorridere e fare l’occhiolino al vento. Capimmo subito che la Pasqua americana non è esattamente come quella italiana. Nell’aria c’erano musica, risate, bambini che giocavano a rincorrersi tra le onde, e un profumo dolce di mango, cocco e… barbecue. Tanti barbecue. Griglie fumanti sbuffavano nuvolette profumate che salivano al cielo come incantesimi gustosi.

Papà Alvise, appena scese dal furgone, drizzò le orecchie: dalle tavolate si alzavano ritmi chiassosi, bassi martellanti e remix improbabili. Sbuffò come un treno in discesa, incrociando le braccia.

— “Con questo sole e questa spiaggia, ci vorrebbe un pezzo serio… tipo American Kids di Kenny Chesney!” borbottò, scuotendo la testa, mentre uno stereo gracchiava una hit dal titolo incomprensibile.

— “Lunch time!” esclamò mamma, aprendo con un sorriso la borsa frigo piena di panini, frutta fresca e biscotti al cioccolato che si stavano già sciogliendo al sole. Dopo pranzo, si tuffarono nell’acqua trasparente come vetro color acquamarina, tra onde calme e sabbia bianca e finissima, soffice come farina di nuvola. Non andarono troppo al largo…

— “Ci sono sempre gli squali!” disse Angelica con tono misterioso.

— “Ma quelli simpatici, come quello di prima,” aggiunse Sveva, facendo finta di nuotare come uno squalo ballerino.

All’uscita, vicino alla doccia a forma di delfino, notarono una bacheca piena di palette colorate e retini, con un cartello scritto a mano e decorato con conchiglie: “Let’s clean the beach!”

— “Let’s clean the beach!” ripeté Sveva con occhi luccicanti, come se fosse la missione segreta di una piccola eroina del mare.

Le bambine iniziarono a raccogliere bottiglie, cartacce e perfino una ciabatta solitaria. Una bimba americana si unì a loro, dicendo: — “Good job! The ocean will thank you!”

E per un attimo, davvero, sembrò che l’oceano sorridesse: un’onda gentile lambì la riva e una conchiglia a forma di cuore si fermò proprio ai piedi di Sveva, come un piccolo premio magico.

Tramonto sulle Keys

Il pomeriggio volò via tra soste, risate e qualche canzone cantata a squarciagola. Finalmente, verso sera, arrivarono a Key West. L’albergo era piccolo, con una veranda piena di fiori profumati e un gallo vero che cantava… a casaccio, incurante dell’orologio e del bon ton.

Da un cespuglio sbucò fuori un’iguana enorme, con la coda che sembrava un serpente. I due papà si guardarono negli occhi e senza parlare pensarono la stessa cosa: Meglio non dirlo alle mamme…

Il tempo di una doccia e arrivò il momento tanto atteso dai papà: sfoggiare le loro camicie Florida style!

Alvise ne indossò una blu acceso con foglie stilizzate e fenicotteri rosa. Massi scelse l’arancione, tempestato di foglie bianche. — “Ta-daaa!” — esclamarono in coro.

Le mamme li guardarono con un misto di amore, ironia e un pizzico di compassione. Il gruppetto si incamminò verso la fermata dell’autobus, che secondo la leggenda era gratuito. Non lo scoprirono mai, perché dopo quindici minuti al caldo umido, diventò chiaro che non sarebbe mai arrivato.

Mamma Martina, con una delle sue idee lampo, annunciò: “Uber!”

Due minuti dopo, la ciurma era in viaggio verso Mallory Square. “Let’s go see the street artists!”.

Mallory era un carnevale sul mare: acrobati che volteggiavano tra le palme, mimi immobili come statue di sabbia, maghi con conigli che spuntavano dai cappelli, musicisti suonatori di pentole, saltimbanchi in equilibrio sui monocicli, e mangiatori di fuoco che sputavano fiamme come draghi gentili.

Papà Alvise, come sempre, pensava alla colonna sonora ideale per quel momento. La trovò in un lampo: “It’s America” di Rodney Atkins. Perfetta.

All’improvviso, tra la folla variopinta, apparve un gallo. Un gallo parlante. O almeno… sembrava parlante.

— “Benvenuti a Key West!” gracchiò il pennuto con voce roca. “Isola di pirati, tramonti e segreti! Qui il sole si tuffa ogni sera tra le onde come un’arancia matura. E ogni tramonto è un brindisi al giorno appena vissuto!”

Sveva lo ascoltava a bocca aperta, incantata, mentre il cielo si accendeva di rosa, arancio e oro fuso.

— “Questo è il tramonto delle Keys,” sussurrò papà. “Una magia che succede ogni sera… ma ogni volta è unica.”

Per cena, andarono in un ristorantino locale, nascosto tra bouganville rampicanti e lucine appese come piccole stelle sospese. I tavoli di legno scricchiolavano appena ci si sedeva, come se volessero raccontare storie di marinai e viaggi lontani. Ordinano tacos di pesce, riso al cocco e lime profumato, e una piccola ciotola di guacamole cremoso e verde brillante. Gli immancabili hamburger per i bambini, naturalmente. E poi, le ribs per l’ormai americanissimo Alvise, che si lasciò andare a un’esclamazione sentita: “Ma queste sono le più buone ribs del mondo!” O forse… era solo la magia del posto e della compagnia che le rendeva così straordinarie.

— “To new adventures!” disse papà, sollevando il bicchiere d’acqua con entusiasmo.

— “Eh no! Dobbiamo fare un brindisi con qualcosa di serio!” esclamò mamma Martina con un sorriso complice.

Così, dopo cena, la comitiva — che ormai aveva assunto le sembianze di un allegro equipaggio pirata — si incamminò lungo la colorata e affollata Duval Street, piena di musica, profumi speziati e luci danzanti.

All’improvviso, papà Alvise si fermò di colpo. Davanti a lui, come in una visione: una cantante country con il cappello in testa, la chitarra in pugno, e la voce che intonava dolcemente “Take Me Home, Country Roads” di John Denver.

— “Qui faremo il brindisi!” sentenziò, rapito dalla scena.

Mamma Martina fu subito d’accordo: — “Tequila per tutti!”

E così fu.

— “Cheers! Salute! ¡Salud!” risposero in coro, mentre brindavano con una mini tequila, una fettina di lime incastrata sul bordo del bicchiere e un sorriso pieno di sole stampato sul volto.

Fu il brindisi perfetto, al termine di un giorno che sembrava uscito da un sogno.


GIORNO 6

Il punto più a sud

La mattina a Key West era appena iniziata quando papà annuncia, con il tono solenne delle
grandi missioni:
— “Oggi si va dove finisce l’America!”
— “Cosa vuol dire, papà? Che dopo c’è il vuoto?” chiese Ludovico, ancora un po’
assonnato.
— “No, Ludovico, Vuol dire che stiamo per andare al punto più a sud degli Stati Uniti.”
— “It’s like standing at the edge of America!” aggiunge la mamma, facendo un gesto teatrale
verso l’orizzonte.
La comitiva, dopo colazione, uscì a piedi lungo le strade colorate di Key West, tra palme, galli veri che
becchettavano qua e là, e casette di legno dipinte in tinte pastello. Ludovico cercava di
calciare ogni foglia secca che incontrava, trasformandola in un pallone da calcio tropicale.
Dopo qualche minuto arrivarono davanti a una grossa boa colorata, con scritte bianche e
gialle. Sotto c’era scritto: “Southernmost Point of the Continental U.S.A. – 90 miles to Cuba”
— “Da qui a Cuba ci sono solo novanta miglia,” spiegò papà. “Se guardi bene, con un po’ di
fantasia… puoi vedere i pirati. E magari qualche delfino!”
— “Io vedo una banana!” disse Ludovico, stringendo gli occhi.
— “Quella è una barca a vela, amore,” disse la mamma, trattenendo una risata.
Click!
La foto venne un po’ storta, perché Ludovico scivolò mentre saltava. Ma era perfetta così.
Poi si rimisero in cammino verso il pulmino che avevamo ribattezzato “Glorioso Transit”.


Tre opzioni a Key West

“Prossima tappa?” chiese Angelica.
— “Mallory Square!” rispose papà, con tono da conduttore TV. “Dove il sole fa lo spettacolo più bello della Florida.”
E il gruppo ripartì, pronto per una nuova meraviglia. Peccato solo che, arrivati a destinazione, Mallory Square non fosse affatto quella piazza vivace e piena di giocolieri, musicisti e turisti entusiasti che avevano visto la sera prima. Al posto del carnevale colorato del tramonto, li accolse una calma quasi sospetta, con solo un venditore di cocchi un po’ troppo entusiasta e un gabbiano che fissava Angelica come se volesse sfidarlo a duello.
Papà Massi, con lo stesso entusiasmo da presentatore, cercò di salvare la situazione: “Eh, oggi c’è un’atmosfera più… intima!”
Anche papà Alvise ebbe da ridire sulla situazione: “Certo che con Sandra, la cantante country, c’era tutta un’altra atmosfera!” commentò con un sospiro teatrale, come se stesse parlando di un amore perduto.
Mamma Martina, invece, si fermò davanti a una vetrina piena di conchiglie, gioielli artigianali e vestiti svolazzanti, e alzò un sopracciglio: “Interessante… ieri sera mi ero persa tutta questa zona.”
Papà Massi deglutì. Chiaramente, nella sua analisi strategica, aveva trascurato il pericolo numero uno: lo shopping selvaggio.
La meraviglia del giorno probabilmente non fu il sole. Ma papà che tentava di distrarre Martina con una noce di cocco e un “guarda che tramonto spirituale!”.

— “Ok, monellini,” disse papà sfregandosi le mani. “È il momento di dividerci: ognuno ha una missione!”
— “Missione ‘animali del mare’ per me!” gridò Ludovico, saltando come un pesce volante.
— “Acquario, arriviamo!” disse papà con l’entusiasmo di un esploratore.
— “Io vado al museo dei pirati!” annunciò Angelica, già con la macchina fotografica in mano.
“Ci vediamo a pranzo, ciurma!” aggiunse, toccandosi un immaginario cappello da bucaniere. Sveva esitò. “Io… potrei andare a cercare souvenir con la mamma,” disse, sorridendo timidamente.
— “Pincioneria time-time!” esclamò la mamma trionfante. “Andiamo a saccheggiare i negozi più colorati di Key West!”


Missione 1: L’acquario

Appena entrati, Ludovico e papà furono avvolti da una luce blu-verde, come se avessero attraversato una porta magica per finire in fondo all’oceano. L’aria profumava di salsedine e di mistero. Lungo i corridoi si susseguivano vasche illuminate: piccole, grandi, rotonde, quadrate, tutte affollate di pesci tropicali

Al centro dell’acquario c’era la vasca delle tartarughe marine. Una tartaruga gigante nuotava lentamente, con movimenti così eleganti che sembrava danzasse sott’acqua.

Uscendo nel cortile dell’acquario, si apriva un’altra sorpresa: una vasca all’aperto enorme, piena d’acqua salata, circondata da una passerella in legno. Lì dentro nuotavano pesci enormi, .. e anche gli squali che scivolavano silenziosi, con le pinne che fendevano l’acqua.

Ogni volta che lo squalo si avvicinava al bordo, tutti si spostavano un po’, ma con il cuore che batteva forte per l’emozione. Era come guardare un film… solo che era tutto vero.


Missione 2: Museo dei pirati

Mamma Selena, papà Alvise e la piccola esploratrice Angelica, iniziarono la missione speciale tra le meraviglie (e le stranezze) del Shipwreck Museum di Key West.
— “Benvenuti, coraggiosi naufraghi!” li accolse un signore con la barba a forma di ancora e un cappello che sembrava rubato a Capitan Uncino. “Qui dentro scoprirete tesori sommersi, navi affondate… e forse anche qualche fantasma con il costume da bagno!”
Mamma Selena sgranò gli occhi. — “Fantasmi? Spero almeno in una boutique di pirati chic…”
Papà Alvise invece sembrava già pronto a buttarsi in mare. — “Dove sono le mappe! I dobloni! Le onde alte tre piani?!”
Angelica, che si era attaccata alla macchina fotografica come un polpo a uno scoglio, fece un balzo quando vide un vero lingotto d’oro ritrovato sul fondo dell’oceano.
— “Mamma! Questo viene dal mare! Immagina trovarlo mentre fai snorkeling con i pesci pagliaccio!”
Papà Alvise si guardava intorno come se avesse appena trovato il salotto dei suoi sogni. — “Guarda, c’è il taccuino del pirata Lafitte!” esclamò Angelica, indicando una vecchia agenda con macchie di sale e segni di morsi.
— “E questa è la bussola che non funziona!” rise papà, ribattezzando per l’occasione Angelica l’Errante, mentre cercava di capire se stava guardando a nord o verso la gelateria.
Altre mille foto: vicino ai cannoni, sotto la rete dei naufraghi, davanti a un vecchio baule chiuso con un lucchetto arrugginito. Angelica, come ogni piratessa in carriera, comprò una benda nera da pirata… con sopra un fenicottero rosa.
— “Argh! Lo stile prima di tutto,” disse, indossandola con aria da vera capitana. Poi arrivarono nella sala delle tute da sub, così buffe e grandi che sembravano costruite per elefanti subacquei. Angelica provò a infilarci la testa.
— “Papà, sembra il travestimento perfetto per una festa in fondo al mare!”
Ma il meglio doveva ancora venire.
Una torre altissima si ergeva nel cortile del museo, come un faro che voleva toccare il cielo.
— “Sfida accettata!” gridò Angelica, iniziando a salire i gradini due a due, con papà Alvise che la inseguiva ansimando come una balena stanca.
In cima, il vento soffiava forte come un drago marino. Ma c’era una campana, enorme e lucente. Angelica la suonò con forza: DONG! DONG! Un suono potente si sparse su tutta Key West.
— “Ho chiamato i pirati!” disse ridendo. “O forse ho solo avvisato mamma che è l’ora del
gelato!”

Dall’alto, la vista era mozzafiato: tetti colorati, il mare che scintillava, e barche piccole come giocattoli.
E mentre mamma Selena faceva mille foto e papà Alvise cercava un cannocchiale immaginario per scrutare l’orizzonte, Angelica pensava solo a una cosa:
— “Domani andiamo a cercare un vero tesoro, giusto?”
E nessuno osò dirle di no.


Squadra 3: Missione Pincioneria


Appena entrarono nel primo negozietto, furono travolte da una valanga di souvenir: tazze con delfini che sorridevano, collane di conchiglie tintinnanti, e magliette che si illuminavano al sole come per magia.
— “Questa dice ‘My heart belongs to a manatee!’” rise Sveva, sventolandone una con orgoglio.
— “E questa cambia colore con il sole!” rispose mamma, già con tre magliette drappeggiate sul braccio come trofei da regina delle pincioerie.
Mamma, nel frattempo, era entrata in modalità turbo.
— “Pincioneria timetime!” annunciò solennemente. “Questa è la capitale mondiale delle pincionerie!”
Entrarono in altri negozietti, ognuno più colorato dell’altro: c’erano portachiavi a forma di cocco, galline a righe, tazze che suonavano se le inclinavi, e persino una calamita con scritto ‘I survived the chickens of Key West’.
Ogni oggetto sembrava sussurrare: portami con te… sono inutile, ma irresistibile!
Sveva si fermò davanti a una maglietta che, sotto il sole, si trasformava da semplice bianca a un’esplosione di delfini arcobaleno.
— “Ok, questa è magia vera,” disse.
E mentre mamma Martina contrattava per un portamonete a forma di pesce palla, Sveva pensó che la missione pincioneria era un successo totale.


Pranzo al Blue Heaven

Poco dopo mezzogiorno, le tre squadre si ritrovarono puntuali per pranzo. Raggiunsero insieme il Blue Heavean, un piccolo ristorante a circa un chilometro dal centro.

Il ristorante sembrava uscito da un sogno tropicale disegnato da un pittore un po’ pazzo. C’erano sedie spaiate, tavoli di legno con le gambe tutte dipinte in colori diversi, lanterne appese ai rami degli alberi e fiori rampicanti che si arrampicavano ovunque come se volessero ordinare anche loro qualcosa dal menù.
Sotto i tavoli — davvero! — camminavano polli veri, impassibili, con l’aria di chi gestisce il posto da generazioni.
— “Guarda quel gallo… !” esclamò Ludovico, mentre cercava di non farsi beccare una scarpa.




Bahia Honda e la palla volante

Dopo pranzo, con le pance piene e il cuore leggero, il gruppo risalì sul “Glorioso”, diretto verso una delle spiagge più belle delle Florida Keys: Bahia Honda.
Appena arrivarono, scesero tutti a piedi nudi. La sabbia era così soffice che sembrava farina di nuvola, e sotto i piedi faceva un suono leggero, come un sussurro.
La spiaggia si apriva davanti a loro in una mezzaluna perfetta, incorniciata da palme che ondeggiavano nella brezza. In lontananza si intravedeva la silhouette del vecchio ponte, arrugginita ma maestosa, che tagliava l’orizzonte come una cicatrice affascinante.
Sveva si mise subito a cercare conchiglie a forma di cuore lungo la battigia. Angelica invece si aggirava con la sua macchinetta fotografica, cercando la luce perfetta che rimbalzava sull’acqua turchese. Ludovico no: lui cercava una palla.
— “Eccola!” gridò, tirando fuori un vecchio Super Santos arancione, mezzo sgonfio ma sempre pronto all’azione.
— “Tutti contro i papà!” decretò Angelica, lanciando la sfida.

Cominciò così una partita di calcio acquatico. Le regole cambiavano a ogni minuto: ora si poteva usare solo il piede sinistro, ora valevano i gol di tacco, poi solo quelli segnati con urla da pirata. Le risate si mescolavano al rumore delle onde.
Finché…
FOOSH!
Un tiro troppo potente fece volare la palla oltre la riva, rotolando in acqua e spinta via dalla corrente.
— “La prendo io!” gridò papà Massi, tuffandosi eroicamente tra gli schizzi.
— “Papà-squalo in missione speciale!” esclamò Ludovico, saltando come un delfino.
Nel frattempo, i due papà, Alvise e Massi, decisero di fare una passeggiata digestiva verso un luogo carico di storia: il vecchio ponte ferroviario delle Keys.
Camminarono lungo un sentiero costeggiato da mangrovie e cespugli di bouganville. Il sole filtrava tra le fronde, creando disegni d’ombra sulla sabbia, e la brezza marina portava con sé l’odore salmastro dell’oceano misto al profumo delle piante tropicali.
Arrivati al ponte, si fermarono ad ammirarne la struttura: un gigante d’acciaio sospeso sopra acque cristalline. Alcuni turisti si scattavano selfie, altri restavano semplicemente in silenzio. Papà Massi, con tono da guida turistica (e con Wikipedia aperto sul telefono), iniziò a raccontare:
— “Questo è il vecchio ponte ferroviario costruito da Henry Flagler all’inizio del 1900. Faceva parte della Florida East Coast Railway e collegava Miami a Key West. Un’impresa pazzesca per quei tempi!”
Papà Alvise annuì, poi aggiunse:
— “Ed è stato distrutto in parte da un uragano nel 1935… ma guarda com’è ancora lì, come un gigante addormentato.”
Si sedettero su una panchina con vista sull’acqua scintillante, contemplando il passare del tempo e l’ingegno umano che aveva permesso di unire terra e mare.

Bye Bye Keys

Dopo la passeggiata sul vecchio ponte e l’ultima occhiata alle acque turchesi di Bahia Honda, il gruppo risalì in silenzio sul furgone. L’aria era più fresca ora, e l’oceano cominciava a tingersi di rosa e arancio.
— “Stiamo diventando esperti di tramonti,” disse papà Alvise, sbadigliando.
— “E anche di sabbia nelle scarpe,” aggiunse la mamma, che ne trovava ancora dentro i calzini.
Durante il viaggio, mentre il sole calava lentamente sull’orizzonte, Alvise mise una delle sue canzoni preferite: This World Is Our Home di Douwe Bob. Le note si diffusero nell’abitacolo e, per un attimo, tutto sembrava perfetto. Guardando fuori dal finestrino, con i bambini mezzi addormentati e le palme che scorrevano lente, pensava davvero che il mondo fosse la loro casa, e ogni tappa un nuovo capitolo.
Dopo poco più di un’ora, arrivarono davanti al motel scelto per la notte: un edificio a un piano con insegne al neon un po’ sbiadite, una fila di palme mosse dal vento e un piccolo McDonald’s proprio accanto.
Appena varcata la porta del fast food, furono investiti da un gelo artico.
— “Aiuto, qui è peggio della Siberia!” esclamò la mamma, stringendosi il golfino addosso. Tutti iniziarono a coprirsi come potevano: Angelica si mise la felpa con il cappuccio, Ludovico usò l’asciugamano da mare come sciarpa. Ma il più stiloso di tutti fu papà Alvise, che si aggirava tra i tavoli in infradito, costume da bagno… e un piumino semivernale blu cobalto. Sembrava uscito da una sfilata tropicale-alpina.
Dopo la parentesi polare al Mc, finalmente si rifugiarono nella loro stanza. Era semplice ma accogliente: due letti enormi, pareti color sabbia e una moquette soffice che profumava di detersivo e mare.
Ma prima di rilassarsi, i due papà dovettero affrontare una missione speciale: la bonifica del Glorioso. Dopo giorni di sabbia, umidità, scarpe da ginnastica dimenticate e snack sparsi sotto i sedili, il furgone odorava ufficialmente come una stalla tropicale. Armati di salviettine, sacchetti della spazzatura e una bottiglietta di spray alla lavanda (semi-sospetto), si misero all’opera con l’aria di due esploratori al ritorno da una spedizione nella giungla.
Solo dopo aver liberato l’abitacolo da scarpe fradice, pacchetti vuoti e odori indescrivibili, poterono considerare chiusa la giornata.
E proprio allora arrivò la vera sorpresa, dietro la porta della stanza.

— “Miaoooo.”
Un gatto giallo, cicciotto e regale, si infilò nella stanza con passo deciso, come se fosse lui il padrone.
— “E questo chi è?” chiese Sveva, incuriosita.
— “Si chiama Giallo,” spiegò la receptionist. “Vive qui. Sceglie una stanza diversa ogni sera.”
— “Stanotte ha scelto noi!” esclamò Ludovico, mentre Giallo si arrampicava sulla valigia e si acciambellava sul diario di Sveva.
— “Forse vuole scrivere anche lui un pezzo del viaggio,” sussurrò Sveva, accarezzandolo.
Nel silenzio della sera, tra il ronzio del condizionatore e le luci soffuse, si sentiva solo il respiro del mare in lontananza… e il ronfare soddisfatto di Giallo.


Giorno 7 – La palude che respira

Quella mattina, i Monellini si svegliarono presto, con il sole già alto che filtrava tra le foglie a ventaglio delle palme del motel.
In hall, un profumo dolce accoglieva l’alba: waffle caldi e croccanti preparati da papà Alvise, succo d’arancia fresco spremuto a mano, e una sfida epica tra Ludovico e Angelica a chi riusciva a impilare più fette di frutta senza farle crollare. La torre di ananas finì sul tavolo. E sulle ginocchia di Angelica.
Una volta in macchina, i papà fecero partire la playlist americana. Canzoni country, tamburelli, battiti di mani.
Alvise, con lo sguardo perso tra le onde del golfo, sospirava piano, canticchiando “do, do, do” — la voce di Brooke Fraser in Something in the Water sembrava fargli da colonna sonora.
La strada sembrava una linea dritta disegnata da un bambino felice: ai lati, distese d’acqua stagnante con aironi immobili come statue, alberi bassi e misteriosi, cieli larghi e silenziosi.
«Sembra l’inizio di un film!» disse mamma Selena, sbirciando fuori con gli occhiali a cuore.

Benvenuti nelle Everglades. Un grande cartello di legno segnava l’ingresso: disegni di pantere, aironi, coccodrilli e… un alligatore gigante che sembrava muoversi.
«Là! Il primo alligatore! Vicino al fosso!» gridò Ludovico.
«È finto!» commentò Sveva con aria esperta. Ma proprio in quel momento, la “statua” mosse la coda.
Tre passi indietro. «Ehm… molto realistico.»
Al Visitor Center, papà prese una mappa grande quanto un lenzuolo.
«Guardate qui: paludi, mangrovie, foreste. Questo è il River of Grass, il fiume d’erba. Uno degli ecosistemi più straordinari al mondo.»

Aninga Trail

«Pronti per la camminata?» Il sentiero degli aninga Il primo sentiero correva sopra passerelle di legno, sollevate sull’acqua scura e sull’erba alta che ondeggiava appena nel vento.
L’Anhinga Trail, spiegò papà, era uno dei più famosi delle Everglades: un percorso facile e breve, ma pieno di sorprese, perfetto per avvistare animali nel loro ambiente naturale.

All’orizzonte, stormi di uccelli sorvolavano le paludi, tra cui l’aninga, un uccello acquatico con il collo lungo e sottile come un serpente.
«Guarda! Sembra un cormorano ma con il collo da giraffa!» disse Ludovico, indicando un’aninga appollaiata su un ramo, le ali aperte al sole per asciugarsi. Ai lati del sentiero, tra le ninfee e le alghe, si intravedevano alligatori immobili, mimetizzati nell’acqua marrone.
«Sembrano di plastica…» mormorò Ludovico. Ma nessuno osava toccarli per verificarlo. Una tartaruga sbucò da sotto una foglia galleggiante, mentre un airone azzurro, con passo elegante, attraversava la riva come se sfilasse su una passerella.
«C’è anche un pesce gatto laggiù!» esclamò Angelica, sporgendosi troppo oltre la staccionata.
«Attento, che qui il gatto mangia te!» lo prese in giro Sveva.
Tutti risero, tranne un alligatore che, proprio in quel momento, aprì la bocca in uno sbadiglio lento e gigantesco.
Tre passi indietro. Di nuovo.


Il cammino nella giungla

Dal Visitor Point partiva un secondo sentiero, completamente immerso nella vegetazione fitta e selvaggia.
Intorno, un intreccio di gumbo-limbo, felci giganti e fichi strangolatori formava un tunnel verde, umido e misterioso. Alcuni rami si curvavano sopra i loro passi, come se volessero abbracciarli.
Ad ogni passo, fruscii tra le foglie, richiami lontani di uccelli nascosti tra le fronde e un profumo denso, di umido e di terra viva.
Angelica gridò: «Una farfalla! Sembra una barchetta volante!»
Svolazzava lenta, con ali blu elettrico bordate di nero: una morpho, spiegò papà, una delle farfalle più grandi dell’America centrale.
Poco più avanti, papà indicò un albero dalle radici rosse, contorte e lucide come cera.
«Questo è un gumbo-limbo. Lo chiamano tourist tree perché si spella come i turisti dopo una giornata al sole!»
Risero tutti, tranne Ludovico, che si grattava il naso arrossato: «Allora anch’io sono diventato un albero?»
Sotto i loro piedi, il sentiero era morbido e a tratti fangoso, attraversato da minuscoli granchi di terra e lucertole fulminee che sparivano tra le foglie secche.

All’improvviso, Ludovico si fermò e indicò un buco tra le radici di un albero: «Quella è la tana dei procioni!» dichiarò, con l’entusiasmo di un vero esploratore.
La speranza di vederli – dopo la delusione a Key Biscayne, dove non se n’era vista neanche la coda – era l’ultima a morire. Per un momento, tutti trattennero il respiro… ma dalla tana non uscì nulla, se non un leggero sbuffo di vento e qualche foglia che rotolò via. Il sole filtrava appena tra le chiome, creando macchie di luce dorata che danzavano al vento. Sembrava davvero di camminare in un altro mondo.


Il pranzo al Gator Park

Affamati, salirono sul Glorioso e puntarono il navigatore verso il “Gator Park”. Lì si mangiava sotto una pergola di legno, tra piante di banano e ventilatori giganti.

Papà Massi ordinò con un sorriso fiero: «Alligator bites! Per assaggiare l’ecosistema!»
Ludovico sgranò gli occhi: «Io prendo patatine. E hamburger. Alligatori no, grazie!»
Sveva optò per uno stick di pollo, ma nel cuore… sognava gli spaghetti della nonna.
Quando arrivarono le portate, Alvise cominciò subito a mangiare: «Buoni questi chicken nuggets!»
Però papà Massi rimase senza i suoi gator bites e lo fece notare alla cameriera.
«Oh, sorry!» esclamò lei, e subito arrivò la porzione richiesta.
Massi la guardò… poi guardò Alvise. «Te lo stai mangiando tu, il mio alligatore!»
Alvise rise. «Be’, sa comunque di pollo!»
E Ludovico, con aria sospettosa, aggiunse: «Secondo me, anche i nuggets sono sospetti…»

Safari in Airboat

Nel pomeriggio, dopo un viaggio di quasi 100 km verso nord, li attendeva l’avventura più attesa: il safari in airboat tra le paludi delle Everglades.

Appena arrivati, furono accolti dal rombo dei motori e dall’odore umido di terra e acqua stagnante. Intorno a loro si estendeva un paesaggio selvaggio e affascinante: un labirinto infinito di canali d’acqua scura, bordati da fitte mangrovie, canne altissime e alberi intrecciati da liane. In mezzo all’acqua galleggiavano le ninfee e il cielo si specchiava tra i riflessi verdi.
«Lo sapevate che le Everglades sono l’unico posto al mondo dove vivono sia alligatori che coccodrilli?» disse papà Massi, mentre indossavano i giubbotti di salvataggio.
«E qual è la differenza?» chiese Alvise.
«Il muso. Gli alligatori ce l’hanno largo e rotondo. I coccodrilli invece lo hanno più stretto e appuntito. Ma oggi vediamo chi ci saluta per primo!»
Il motore ruggì all’improvviso e la barca partì come un razzo tropicale, sollevando spruzzi
ovunque.
La guida, con un cappello da ranger e la voce piena di entusiasmo, gridava controvento: «Keep your eyes open for gators!»
Angelica fotografava tutto, anche le onde.
Ludovico scrutava ogni angolo dell’acqua: «Secondo me uno ci sta spiando proprio adesso… sotto quella radice!»
Alvise rideva a ogni curva, mentre Sveva stringeva forte la mano della mamma, un po’ emozionata, un po’ impaurita.
Tra i canali videro aironi dalle zampe lunghissime, tartarughe pigre appollaiate su tronchi e pesci che guizzavano via al passaggio dell’airboat.
«Ci sono più di 300 specie di uccelli nelle Everglades!» annunciò la guida con orgoglio.
Ma dopo mezz’ora di corsa, nessuna traccia di alligatori. Troppo caldo, spiegò la guida. «Quando fa così caldo, restano sul fondo. Preferiscono la sera… o quando piove!»
I bambini sospirarono, con una punta di delusione. Per fortuna, dopo l’escursione visitarono un’area faunistica con veri alligatori — enormi, immobili come statue — oltre a cinghiali selvatici e persino un baby-gator che i bambini poterono tenere in braccio, sotto l’occhio vigile di un ranger.
«Attenti alle dita!» sussurrarono le mamme, cercando di sorridere e tremando un po’.
«Ha più denti lui di me!» esclamò Ludovico, ridendo.
Alla fine, mentre si sedevano per uno spuntino, un uccello corvo marino planò in picchiata e… ZAC! rubò il muffin di papà Massi al volo.
«E questo cos’era? Un gabbiano ninja?!» sbottò lui, tra le risate generali.


La partita di Sebastian

Dopo aver sfidato zanzare, alligatori e l’umidità delle Everglades, ci attendeva la vera impresa: il trasferimento verso Cocoa Beach, la tappa più lunga e temuta del viaggio. Il Ford Transit era pronto, un carrozzone epico carico di bambini esausti, zaini aperti come bocche affamate e sacchetti di snack vuoti come i nostri serbatoi di energia.

Il ritardo? Quasi scontato. Il gelato, la sete di souvenir di mamma Martina e una sosta per “solo due minuti” ci avevano rubato quasi un’ora. Ma nessuno osava sfidare il potere del suo shopping ipnotico.
Papà Alvise, fiero come un cavaliere medievale col volante al posto della lancia, si mise alla guida con lo sguardo di chi stava per affrontare il Gran Premio.
“Mi sento Max Verstappen!” disse. “E io ti do il cambio tra un po’,” promise papà Massimiliano, con l’entusiasmo di chi non sa ancora che non toccherà mai quel volante. Per prepararsi, si sistemò dietro, cedendo il ruolo di navigatore a mamma Selena. Un gesto che sembrava innocente. Solo più tardi avremmo capito che quel cambio di posizione era il preludio al caos.
L’asfalto scorreva sotto di noi come un nastro infinito. Tutto sembrava uguale: palme, cartelli, cielo, autogrill chiusi. Alvise guidava in trance, perso nei suoi pensieri, mentre nell’autoradio risuonavano le note malinconiche di Tomorrow Never Comes della Zac Brown Band. Poco dopo, partì You’ll Always Find Your Way Back Home, e con quella voce familiare di Hannah Montana nell’aria, sembrava quasi che anche il Glorioso sapesse dove stava andando. Gli altri dormivano, litigavano o contemplavano il senso della vita… o della sabbia.
Quando ormai il sole era un’arancia spremuta sull’orizzonte e mancava ancora un’ora, accadde l’imprevisto più prevedibile: “Abbiamo fameeee!”
Un grido corale, lanciato dai sedili posteriori come l’urlo di una tribù affamata.
Apriamo Google Maps. Dove siamo? Sebastian.
Sì, città… diciamo agglomerato urbano con ambizioni.
“Selena, cerca qualcosa. Qualsiasi cosa! Una pizzeria, un fast food, un… benzinaio con patatine!”
Ma mamma Selena, confusa tra una svolta e l’altra, ci fece fare un tour guidato della deserta main street, come in un western senza duelli.
Fu allora che papà Alvise vide la luce. O meglio: vide un parcheggio immenso, talmente vuoto che gli venne voglia di premere sull’acceleratore per raggiungere gli 88 miglia orarie e partire per il 1955.
Poi… il miraggio: Caesar Pizza.

Una manciata di minuti dopo, avevamo tra le mani tre pizze fumanti, alette di pollo, una Pepsi gigante e uno scontrino che diceva: 36 dollari.
Il furgone si trasformò in mensa da campo: apriamo il bagagliaio, tiriamo fuori tre valigie come tavolini improvvisati e disponiamo i cartoni come trofei di guerra.
Pancia piena, cuore felice.
Ma il vero miracolo fu quando Ludovico, occhi brillanti e stomaco colmo, prese la palla con aria solenne e lanciò il suo decreto: “Giochiamo a gol!”
Squadre miste, porte invisibili, regole inesistenti. Nel silenzio della città addormentata, in un parcheggio dimenticato da Dio e dagli urbanisti, nacque la più bella partita improvvisata della storia.
E forse, quel campo di cemento a Sebastian, per una sera, fu il nostro Maracanã.


Giorno 9 – Missione Spazio (con il comandante Alvise!)


Papà Massimiliano era pronto a far partire la solita playlist, ma quella volta il vero comandante era… papà Alvise.
Appassionato di spazio fin da piccolo, da giorni preparava la sua “lezione speciale” per i Monellini.
«Oggi vi porto io tra le stelle!» disse salendo a bordo del furgoncino, con un sorriso da astronauta e la cartellina piena di curiosità spaziali.


Il Rocket Garden: un giardino di giganti

Appena superato l’ingresso del Kennedy Space Center, papà Alvise si fermò solennemente: «Prima tappa obbligatoria: la foto di rito!»
Tutti si misero in posa sotto il grande logo della NASA. Sveva sollevava il diario, Ludovico faceva il conto alla rovescia con le dita: «3, 2, 1… Cheese!»
Poi entrarono nel Rocket Garden, un vero giardino di giganti metallici: razzi veri, storici, altissimi contro il cielo della Florida.
Alvise camminava avanti come una guida spaziale:
– «Questo è il Redstone, il razzo che nel 1961 portò Alan Shepard, il primo americano nello spazio. Quello è l’Atlas, usato nelle missioni Mercury e Gemini, che hanno preparato la strada per la Luna. E lì vedete il Titan II: portò Gemini 3 e altre missioni cruciali per testare manovre in orbita e camminate spaziali.»
I bambini camminavano con il naso all’insù.
«Sembrano alberi di metallo!» esclamò Ludovico.
Poi arrivò un momento magico. I Monellini si trovarono davanti alla capsula delle missioni Apollo: la minuscola navicella che trasportò Armstrong, Aldrin e Collins verso la Luna nel 1969.
Sveva si avvicinò piano: «È piccolissima!»
«Ma come facevano a starci tutti e tre?» chiese Angelica.
Papà Alvise sorrise: «Avevano poco spazio, ma tantissimo coraggio. Hanno viaggiato così per otto giorni… andata e ritorno dalla Luna. Questo ci insegna che per fare cose grandi, non serve tanto spazio: serve tanta determinazione.»

Big dreams, small space. Huge courage.

Verso l’Apollo: sogni lunari

Dopo il Rocket Garden, si spostarono verso i bus per il tour.
Venti minuti di coda volarono via tra battaglie di stickers e quiz spaziali (“Chi fu il primo uomo a orbitare la Terra? – Yuri Gagarin!”).
Sul bus, Alvise continuava: «Nel 1961, il presidente John F. Kennedy disse: “We choose to go to the Moon… not because they are easy, but because they are hard!”
Fu una sfida storica: in meno di dieci anni, l’America riuscì a portarci davvero.»
«Il 16 luglio 1969, il razzo Saturn V partì da qui, dal Launch Complex 39A. Quattro giorni dopo, il modulo Eagle atterrò sulla Luna. Armstrong mise piede sul suolo lunare il 20 luglio, pronunciando parole passate alla storia.»

Nel padiglione Apollo, i Monellini si emozionarono davanti al video con il discorso originale di Kennedy. Poi entrarono nella sala di controllo ricostruita, tra pulsanti, voci d’epoca e luci rosse lampeggianti.
3… 2… 1… Ignition! Il pavimento tremò: sembrava tutto vero.
Infine, eccolo lì: il Saturn V, esposto in tutta la sua grandezza. Un razzo alto 110 metri, diviso in tre stadi, con un peso di oltre 3 milioni di chili.
Alvise spiegava con entusiasmo: «Fuori dall’atmosfera in 12 minuti. È ancora oggi il razzo più potente mai costruito!»
Ma la vera emozione fu toccare una vera pietra lunare. Sveva la sfiorò piano: «Sono sulla Luna…» sussurrò.
Mamma Martina rise con gli occhi lucidi: “We touched the Moon!”

Fast food e Pincionerie spaziali

Dopo tanto spazio, era ora di… panini galattici. Vicino al padiglione, si fermarono per un pranzo da astronauti.
Ludovico ordinò: “Super Rocket Burger!”
E papà Alvise non smetteva di raccontare: «Quando Armstrong mise piede sulla Luna disse: ‘That’s one small step for a man, one giant leap for mankind.’ Una frase che ha fatto il giro del mondo.»
Poi… il momento più pericoloso per i portafogli: il negozio di Pincionerie World. Mamma Martina ci si tuffò come un razzo.
Il bottino era… spaziale:
– Un modellino di razzo
– Tre magliette “NASA”
– Una targa con scritto: “Failure is not an option.”
Alvise si illuminò: «Quella frase è di Gene Kranz, capo missione di Apollo 13.
Nel 1970, un’esplosione mise in pericolo l’equipaggio. Niente atterraggio lunare, ma riuscirono a riportare tutti a casa sani e salvi. Con computer meno potenti di un cellulare di oggi. Un fallimento… che diventò un successo!»

Lo Space Shuttle: sogni e ferite

Il culmine della visita era lì: il padiglione dello Space Shuttle Atlantis. «Dopo le missioni Apollo,» spiegava Alvise, «la NASA costruì lo Shuttle, una navetta riutilizzabile che ha compiuto 135 missioni tra il 1981 e il 2011. Portava satelliti, telescopi, e pezzi della Stazione Spaziale.»
Lo spettacolo introduttivo si chiuse in un colpo di scena: lo schermo si sollevò… Ed eccolo: Atlantis, vero e maestoso, sospeso davanti a loro.
Tutti rimasero senza parole.
Alvise abbassò la voce: «Non sempre è andato tutto bene. Gli Shuttle Challenger (1986) e Columbia (2003)
andarono distrutti. Gli equipaggi non tornarono. Ma il loro coraggio ha ispirato il mondo intero.»
I bambini si lanciarono nel mega scivolo a spirale.
«Questo sì che è addestramento da astronauta!» urlò Ludovico.
Poi provarono il simulatore di lancio: 5… 4… 3… 2… 1… via! Tra vibrazioni e immagini spaziali, sembrava proprio di decollare.
Infine, una meritata sosta a Planet Play, il parco giochi interattivo dove le stelle sembravano davvero a portata di mano.

Rotta verso Kissimmee

Era tempo di ripartire. «Niente Heroes & Legends né cinema IMAX…» disse papà.
«Pazienza,» rispose mamma Selena, «abbiamo toccato la Luna!»
Un’ultima merenda sotto il sole, poi di nuovo in marcia verso Kissimmee.
Sosta shopping per le mamme. E nel furgone, mentre il sole calava, i bambini ancora sognavano stelle, razzi e pianeti lontani.
«Comandante Alvise, la missione è stata un successo!» disse Ludovico.
«Assolutamente sì,» rispose Alvise sorridendo.
«E ricordate, ragazzi: Failure is not an option.»

Missione benzina (fallita)

Mentre Alvise pensava ancora a razzi, moduli lunari e navette spaziali, si rese conto che la missione più urgente era… fare benzina! Si fermarono in un’area di servizio sulla strada per Kissimmee. Alvise scese con aria da
ingegnere NASA, pronto a manovrare la pompa come se fosse un braccio robotico dello Shuttle.
Introdusse la carta di credito.
Il display lampeggiò: “Sei socio?”
Alvise esitò. Poi premette “NO”.
«Però, Max… se ci facciamo soci ci tolgono 10 centesimi al gallone… che dici?»
Max scrollò le spalle.

Alvise collegò la pompa, ma il display lo provocava ancora:
“Ogni 3 rifornimenti, una bibita in omaggio.”
«Sicuro di non volerla fare, Max? Una Sprite gratis è sempre una Sprite gratis.»
E poi: “Tre rifornimenti in una settimana = 30 cent di sconto al gallone.”
Alvise si girò di scatto: «Dai Max, facciamola! È un investimento a lungo termine!»
Max lo guardò serio: «Alvise, torniamo in Italia tra tre giorni.»
Silenzio.
Occhi bassi.
Carta ritirata.
Non la fecero.
Missione fallita.

Giorno 10 – Ciak, si gira! Avventura agli Universal Studios

L’ultima giornata del viaggio era arrivata: era il giorno degli Studios.
Papà Massi aveva una sola missione: entrare prima che si formassero le code!
Appena parcheggiato il pulmino nel mega-garage degli Universal Studios, partì a razzo come un pilota di Formula 1.
«Ragazzi, chi arriva ultimo prende i popcorn al gusto cetriolo!» gridò, lanciandosi tra scale mobili e corridoi come se stesse gareggiando in un film d’azione.
Metà della ciurma si alzò un po’ frastornata dopo il viaggio in auto, ancora con le occhiaie della sera prima.
«Dove siamo, in un sogno o in un trailer di Fast & Furious?» bofonchiò Alvise.
«Io giuro che ho sognato Spider-Man… o era papà che russava?» aggiunse Sveva ridendo.
«Aspettatemi! Ho messo le ciabatte sbagliate!» si lamentò mamma Selena, con passo incerto ma determinato.
Sveva, già tutta sudata dopo la corsa: «Ma è una maratona o un parco a tema?»
Passarono indenni i metal detector, i controlli con riconoscimento facciale e… clic! una foto al volo davanti alla grande palla rotante con la scritta UNIVERSAL.
«It’s like walking into a movie!» sussurrò mamma Martina, emozionata.


Harry Potter e il drago infuocato

Appena superato l’ingresso del parco, papà Massi gridò con l’entusiasmo di un bambino: «Diagon Alley, subito!»
Passarono sotto un arco di mattoni che si apriva come per magia… e all’improvviso, la città babbana lasciò spazio al mondo dei maghi.
Diagon Alley era identica al film: librerie con volumi che si muovevano da soli, negozi di bacchette magiche, gufi nei trespoli che roteavano la testa, vetrine piene di dolci stregati e scope parcheggiate in aria.
Ludovico, davanti a una vetrina, esclamò: «Io voglio quella con il turbo!», indicando una scopa scintillante con pinne laterali.
In fondo alla strada si ergeva la banca di Gringott, con colonne di marmo e una figura minacciosa sulla cima:
un drago bianco gigantesco, che all’improvviso emise un rombo profondo…
WRO AAAAAHHHHH!
…e sputò fuoco vero, tra le urla e le risate dei passanti.
Ludovico urlò: «Mamma! Mi sono cagato in braga!»
Mamma, ridendo: «Amore, come a Londra… ti ricordi il drago degli Studios?»
Arrivati all’ingresso della giostra, ci fu il primo compito: lasciare zaini e borse negli armadietti magici – che in realtà erano piuttosto babbani, ma comunque efficaci.
Costo? 3 dollari e un po’ di pazienza.
L’attesa si svolgeva tra corridoi immersi nel buio, pareti di pietra, quadri che parlavano, creature che sbucavano dalle ombre e il Cappello Parlante che faceva commenti misteriosi su ogni visitatore:
«Tu… sei da Serpeverde!», disse ad Alvise, che fischiò divertito.
La giostra è un vero capolavoro di magia e tecnologia: si sale su un braccio robotico nascosto in un carrello, e da lì inizia un volo vertiginoso tra le torri di Hogwarts, sfide con i Dissennatori, schivate di draghi infuocati e pozioni volanti che fluttuavano attorno agli occhi.
La piccola Angelica, troppo piccola per i sedili ma troppo testarda per restare a terra, fece l’intero percorso appesa al braccio di mamma Selena, urlando di gioia e paura… quasi staccandole l’arto.
«La prossima volta portala in braccio tu!» borbottò Selena all’uscita, massaggiandosi la spalla.
Durante il volo, Sveva gridava con il vento tra i capelli: «I’m flying! Just like Harry!»
Ludovico, rannicchiato nel sedile: «Quando finisce?»
Ne uscirono tutti con le gambe molli ma gli occhi pieni di luce.
Papà Massi, sistemando gli occhiali, commentò: «Altro che simulatore… qui si vola davvero.»
Ma proprio mentre il gruppo si ricomponeva, tutti si voltarono verso papà Alvise, che era diventato di un colore tra il verde e il grigio.
«Va tutto bene?» gli chiese Martina, preoccupata.
«Sì, certo!» rispose lui, forzando un sorriso eroico… mentre dentro di sé cercava di mascherare un disperato senso di nausea.

Simpsons

Appena usciti dalla zona magica di Harry Potter, i Monellini seguirono una musichetta buffa e l’inconfondibile odore di ciambelle alla fragola, finché arrivarono nella città più pazza dell’universo animato: Springfield.

Davanti a loro si apriva il mondo dei Simpson, con il Jet Market, la centrale nucleare, il Krusty Burger e il mitico bar di Boe. Un pupazzo gigante di Krusty il Clown faceva l’occhiolino ai visitatori, mentre Maggie — enorme e gonfiabile — teneva in bocca un visitatore finto.
Per entrare nella giostra, bisognava salire una lunga rampa a spirale, tutta colorata, con cartelli ironici, effetti sonori e frasi tratte dagli episodi più famosi.
Sveva lesse ad alta voce: «Benvenuti! Siete entrati nel peggior parco del mondo. Ma anche nel migliore!»
Arrivati in cima, entrarono nel simulatore, accolti da un Krusty robotico che li invitava a salire sul carrello da otto posti con un ghigno inquietante.
La sala si oscurò. Uno schermo gigante si accese tutt’attorno a loro.
E… via!
Iniziò una corsa esagerata nel mondo dei Simpson: voli acrobatici, loop pazzeschi, montagne russe virtuali, tentacoli radioattivi, e un T-Rex rosa che rincorreva Bart. A un certo punto, il parco stesso sembrò crollare tutto attorno a loro…
e proprio quando pensavano fosse finita, un’esplosione di ciambelle giganti li travolse con uno spruzzo improvviso d’acqua che finì in faccia a tutti.
Ludovico rise: «Sapevo che Homer era pericoloso!»
Angelica si pulì gli occhiali con le maniche: «Bleah! Sembrava sciroppo!»
All’uscita, tra le risate e i commenti entusiasti, qualcuno si accorse che papà Alvise era di
nuovo impallidito.
La domanda fu la stessa: «Tutto bene?»
Alvise annuì, sforzando un sorriso: «Sì, certo…»
Si sedette per qualche minuto all’ombra di una palma di plastica, con lo sguardo fisso nel vuoto.
Angelica lo fissò serio e commentò: «Papà, se vomiti una ciambella gigante… possiamo tenerla?»
E Sveva:
«Facciamo finta che sia un nuovo gioco: “Trova il colore del babbo!”» Anche Alvise, tra un brivido e un sorriso, non poté fare a meno di ridere.

Animal Actors

Prima di pranzo, i Monellini si sedettero all’ombra di un grande tendone colorato, con un palco al centro e cartelli vivaci che annunciavano: 🎬 Animal Actors on Location – Gli animali più talentuosi di Hollywood!
Le panche erano di legno, il sole batteva sui lati aperti della tenda, e una leggera brezza portava l’odore di pop-corn e crocchette.
Appena seduti, Angelica aveva già cambiato posto tre volte, sfilandosi il cappellino, toccando tutto e cercando di arrampicarsi sulle ginocchia di chiunque: «Ma quando arrivano gli animali? E c’è anche un unicorno?»
Lo spettacolo iniziò con un cane poliziotto, serio e concentrato, che a passo deciso aprì un bidone e ne tirò fuori… una bottiglietta vuota!
Poi la portò nella raccolta differenziata, come un perfetto cittadino a quattro zampe. Il pubblico applaudì.
Poi fu il turno di un furetto velocissimo, che sfrecciò in un tubo trasparente e…
ZOOM! comparve dall’altra parte del palco, lasciando tutti a bocca aperta.
Ludovico, tutto eccitato: «Lo voglio come compagno di banco! Fa prima lui ad arrivare in classe!»
Un procione cicciottello, con un musetto buffo e due occhioni sgranati, afferrò un secchiello con una zampa e lo consegnò a un cane, con l’aria di dire: “Missione compiuta”.
Infine, in un momento solenne, le luci si abbassarono. Un rapace gigantesco, un’aquila americana, si alzò in volo da dietro le quinte e planò sopra le teste degli spettatori, sfiorando i capelli di Ludovico.
Ludovico, con gli occhi spalancati: «È passato sopra di me! L’ho sentito! Mi ha spettinato le idee!»
Angelica si accasciò con la bocca aperta: «Io volevo che si fermasse sulle mie dita!»
Alla fine, tutti gli animali tornarono sul palco per il gran saluto. Il pubblico batté le mani, alcuni si alzarono in piedi per l’ovazione.
Ma Angelica non perse l’occasione: approfittando di un momento di disattenzione, si avvicinò al cane poliziotto e riuscì ad accarezzarlo sulla testa, con una dolcezza da far sciogliere anche il più severo degli addestratori.
«È morbido come il mio peluche, ma più serio!» disse orgogliosa.
Papà, sorridendo: «Ludo, ti è piaciuto?»

Ludovico urló: NO…MI È PIACIUTISSIMO!

E.T. – In bicicletta tra le stelle

Tra un quartiere animato e l’altro, in un angolo più tranquillo e nascosto del parco, i Monellini trovarono una giostra diversa da tutte le altre.
L’insegna, semisepolta tra gli alberi, era illuminata da luci soffuse bluastre, e una voce gentile, quasi sussurrata, diceva: “The Adventure Continues…”
I Papà si fermarono di colpo. Guardavano l’ingresso con un misto di stupore e nostalgia.
Con gli occhi leggermente lucidi, sussurrarono quasi in coro: «Questa è la nostra infanzia. Venite, Monellini… Vi presento E.T.»
All’ingresso si apriva una foresta finta, ma così ben fatta da sembrare vera: alberi altissimi, rami intrecciati, profumo di pino nell’aria, nebbia che usciva dai cespugli e lucciole digitali che danzavano nell’ombra.
Un cast member con la divisa in stile NASA chiese gentilmente i loro nomi.
Ludovico si avvicinò serio come un astronauta: «Ludo. Codename: Explorer!»
Saliti su una bicicletta volante a quattro posti, col tipico cestino davanti, si sistemarono ognuno con le maniglie davanti a sé.
Angelica, per una volta, rimase zitta e meravigliata, stringendo forte le mani alla sbarra e con gli occhi spalancati, come il ragazzino protagonista del film. Non disse una parola.
Il carrello partì silenzioso, e in un attimo si trovarono tra gli alberi.
Si sentivano i suoni lontani di sirene, agenti in giacca e cravatta correvano tra le felci, si vedevano luci lampeggianti, sagome che inseguivano, e case americane in miniatura sotto di loro.
Poi, all’improvviso… si volava!
La bicicletta si sollevava davvero da terra, e la scena cambiava: la luna piena si accendeva dietro di loro, e la sagoma di E.T. nel cestino li accompagnava nel cielo.
Ludovico, con un filo di voce e gli occhi pieni di meraviglia: «Stiamo volando davvero? È magia vera?»
Angelica, ancora muta, aprì lentamente la bocca per la meraviglia, incapace di parlare.
Sembrava dimentica del mondo intorno, rapita dalla luce e dal silenzio.
Nella seconda parte del viaggio, la bicicletta li portava su un pianeta alieno pieno di colori: alberi luminosi, creature morbide e brillanti, fiori che si aprivano al passaggio, stalattiti che
suonavano come campanelli.
Un mondo silenzioso, incantato, dove ogni cosa sembrava viva. Alla fine del percorso, in un piccolo angolo illuminato da una luce calda, E.T. salutava ogni bambino per nome, con la sua voce roca e gentile.
Sveva, emozionata come non mai: «Ha detto Sveva! Ha detto il mio nome!»
Ludovico si portò la mano al cuore: «Adesso posso anche tornare a casa. Sono diventato un alieno anch’io.»
E Angelica, ancora senza parole, semplicemente annuì e sorrise. Un sorriso lento, vero, da tenere nel cassetto dei ricordi per sempre.

Pranzo – Gamberi alla Duff e altri disastri

Dopo la magia di E.T. e le risate tra le attrazioni, i Monellini si fermarono per pranzo nell’area di Springfield.
Il ristorante sembrava uscito direttamente dal cartone animato: insegne luminose che lampeggiavano a caso, sedie giallo evidenziatore, tavoli finto-sudici, con schizzi di ketchup (dipinti) e tovagliette con giochi inutili.
Sul fondo, la voce fastidiosa e ripetitiva di Krusty il Clown rideva istericamente ogni trenta secondi.
«Ha ha ha HA!»
«Se ride ancora una volta gli stacco la presa» mormorò papà Massi.
Il menù era un capolavoro di cattivo gusto e marketing aggressivo: “Panino Bartobomba” (con 4 tipi di formaggio fuso e salsa al peperoncino radioattivo)
“Chicken Krusty Combo” (crocchette a forma di clown, inquietanti anche da cotte)
“Ciambella dell’Apocalisse” (con glassa verde fosforescente e 2000 calorie dichiarate)

Ma papà Alvise, deciso a onorare lo spirito del luogo, ordinò un piatto misterioso: “Gamberi alla Duff”, descritti sul menù come “speziati, croccanti, con glassa alla birra Duff originale”.
Quando arrivarono, erano luccicanti e appiccicosi, coperti da una salsa ambrata dall’aspetto sospetto.
Al primo boccone, papà Alvise spalancò gli occhi, come se avesse appena visto il finale di un film horror.
Si fermò. Inghiottì a fatica.
Poi, con voce grave: «Errore gravissimo. Sembrano caramelle… e sanno di detersivo!»

Sveva provò a odorare uno dei gamberi, poi si ritrasse con una smorfia: «Puzzano di bagno pubblico e zenzero!»
Ludovico aggiunse: «Secondo me li ha cucinati Homer… dopo tre birre.»
Angelica, per una volta, non chiese di assaggiare, e preferì sgranocchiare i suoi bastoncini di pollo a forma di ciambella.
Il pranzo fu un misto di risate, facce disgustate e bibite troppo gassate. Ma per papà Alvise, che già lottava con i postumi delle giostre, fu il colpo di grazia. Si allontanò in silenzio, cercando un po’ d’ombra.
Lo sguardo perso nel vuoto. La camminata incerta. La pancia in rivolta. «Tutto bene?» gli chiese papà Massi, trattenendo una risata. «Sì, certo…» rispose Alvise, con il solito sorriso forzato.
Ma ormai era chiaro:
tra rollercoaster, alieni e gamberi spaziali… il suo stomaco aveva dichiarato guerra.

Fast & Furious – Sceneggiato d’azione

Il sole picchiava forte nel primo pomeriggio, e i Monellini cominciavano a sentire tutti i chilometri e le emozioni della giornata.
Quando arrivarono nel quartiere dei garage, trovarono sollievo: finalmente un’attrazione al coperto, immersa nel buio scenografico e nell’aria condizionata più potente dell’intero parco.
Le luci al neon lampeggiavano di blu, viola e rosso, mentre la musica pompava come in una festa clandestina. Ovunque c’erano auto giganti, cromate, muscolose, con cofani aperti e motori brillanti pieni di tubi, luci e fiamme disegnate.
All’ingresso della sala d’attesa, una voce roca annunciava: “Benvenuti nella crew. Sta per iniziare la missione.”
Ludovico si bloccò davanti a una Dodge Charger nera con razzi posteriori, gli occhi sgranati come in un sogno:
«Papà, guarda! Questa ha i razzi!!»
Ma proprio mentre si mettevano in fila, accadde l’inaspettato.
Mamma Selena, esausta e accaldata, si fermò un attimo contro una parete con murales di graffiti, si sventolò con una mappa accartocciata e, con voce bassa ma solenne, dichiarò: «Io… io mi fermo qui. Andate e divertitevi. È troppo per me. Forse è il caldo, o forse è l’ultima settimana che mi sta presentando il conto.»

Detto questo, si sedette su una panchina con la grazia di chi ha appena scalato l’Everest.
Angelica provò a offrirle una patatina rimasta nel sacchetto dalla mattina, ma lei rifiutò con un cenno lento.
A quel punto, papà Alvise, pur ancora provato da gamberi e montagne russe, decise di non abbandonare il campo.
Si raddrizzò la schiena, si asciugò la fronte, strinse i denti e disse: «Il buon nome della famiglia va difeso. Vado.»
Entrarono nella sala d’attesa scenografica, piena di schermi e auto vere: motori che ruggivano dai video, pistoni e tubi dappertutto, pannelli che si illuminavano come se ci si trovasse in una vera officina da tuning.
Proprio mentre aspettavano il turno, passò una signora davanti a loro.
Ludovico, a voce alta e molto seria, senza filtri: «Papà… che culo grosso che ha quella signora!»
Un attimo di gelo. Papà Alvise distolse lo sguardo e fischiettò guardando il soffitto.
Finalmente, fu il loro turno. Salirono su un finto bus da tour, con vetri scuri, sedili rigidi e cinture di sicurezza.
Ma appena il mezzo partì… si trasformò tutto!
In pochi secondi si ritrovarono dentro un film d’azione: Gallerie che crollavano, Auto che sfrecciavano accanto a loro, Razzi che esplodevano sopra la testa, Ponti sospesi nel vuoto, Fumo, vento e scossoni realistici a ogni curva

Ludo , con gli occhi spalancati, gridò: «Papà, abbiamo saltato un ponte!»
Ludovico, aggrappato al maniglione come un pilota da rally, urlò: «Io stavo guidando! Quasi andavo fuori pista!»
Alla fine, una brusca frenata, motori che si spengono, schermo che sfuma nel buio… e applausi spontanei, come dopo uno spettacolo teatrale. Papà Alvise scese in silenzio. Aveva un’aria solenne. O forse solo stremata.

La Mummia – Solo per i temerari

Nel cuore più caldo e polveroso del parco, tra sfingi giganti, torce fiammeggianti (finte, ma inquietanti) e sabbia artificiale che scricchiolava sotto le scarpe, si apriva l’ingresso di una delle attrazioni più leggendarie:
“Revenge of the Mummy”.
Un cartello avvisava i visitatori: ⚠️ Montagna russa al buio – Solo per chi è alto almeno 120 cm… e ha nervi d’acciaio!
Papà Massi lo indicò con l’aria seria di un generale in partenza per la missione: «Questa è roba per gente tosta.»
Sveva si mise in punta di piedi per far leggere meglio la sua altezza. Poi, fiera come una giovane avventuriera:
«Io ci sono! Altezza giusta e coraggio in tasca!»
Papà Alvise, nonostante i postumi dei gamberi alla Duff e la sua pelle ancora di un incerto color sabbia, annuì.
«Io non mollo. Se devo essere maledetto… almeno che sia con stile.»
Mentre il resto della ciurma restava fuori a curiosare tra le bancarelle a forma di piramide, bracciali di scarabei e felpe con geroglifici fluo, i tre temerari si inoltrarono nel tempio maledetto.
Dentro, il buio era quasi totale. Le pareti erano ricoperte da geroglifici fosforescenti, statue con occhi rossi, bracieri che tremolavano e voci sussurranti in egiziano antico che sembravano provenire dai muri stessi.
Ogni passo faceva scricchiolare le assi sotto i piedi, come se stessero camminando davvero su un sepolcro dimenticato.
Saliti a bordo del vagone, il tempo sembrò fermarsi per un attimo. Poi… TREMÒ TUTTO.
La corsa partì di scatto, nel buio più nero: Curve secche a destra e sinistra, salite improvvise seguite da cadute nel vuoto, fiamme che esplodevano da pareti invisibili, sarcofagi che si aprivano da soli, e una voce minacciosa che urlava dall’oscurità: «YOU WILL NEVER ESCAPE… THE CURSE!»

Papà Alvise si aggrappò forte al maniglione, stringendo i denti e sussurrando: «Mai fidarsi delle antiche civiltà.»
Sveva, invece, urlava e rideva insieme, travolta dall’adrenalina: «È fichissimo! Come essere in un incubo… ma fichissimo!»
Quando il vagone si fermò di colpo, tra fumo e polvere artificiale, i tre uscirono storditi e spettinati, ma con l’adrenalina a mille.
Papà Massi, col cuore ancora in gola ma il sorriso stampato: «La rifacciamo?»
Papà Alvise si tolse gli occhiali con un gesto lento, si passò una mano sulla faccia sudata e disse:
«Solo se prima mi fate una mummificazione completa… con ghiaccio.» Sveva sollevò i pugni al cielo, vincitrice assoluta della maledizione.

Men in Black – Spari agli alieni

Nel quartiere futuristico, tra insegne lampeggianti e antenne rotanti, i Monellini si imbatterono in una base segreta, camuffata da edificio governativo.
Un’insegna sobria, in alto, diceva solo: MIB – Divisione Anti-Invasione Extraterrestre.
Una voce metallica usciva dagli altoparlanti: ️ «Benvenuti, agenti segreti. Missione: difendere la Terra.»
Angelica si guardò attorno con gli occhi luccicanti: «Ma siamo dentro un’astronave? O è finta vera?»
Saliti su delle capsule rotanti da due posti, ciascuno con un laser spara-alieni, si ritrovarono circondati da luci stroboscopiche, schermi radar, e… alieni ovunque!
Grossi, piccoli, tentacolati, buffi o inquietanti: spuntavano da ogni angolo come nei film anni ’90.
Mamma Martina era serissima, in posizione da attacco:

«Pronti! Fuoco!»
Papà Massi rise mentre puntava il laser a casaccio: «Hai appena colpito un alieno con la macchina fotografica!»
Ludovico si piegava per evitare i colpi laser virtuali: «Io proteggo la galassia… e i ciuffetti!»
Anche papà Alvise era in squadra, con un’espressione da vero agente segreto… che ruotava però su se stesso senza capire da che parte arrivassero gli alieni. «Scusate, ma uno con tre occhi mi ha fatto l’occhiolino. Posso sparargli lo stesso?»
Angelica, invece, era concentratissima, e ogni volta che colpiva un alieno lampeggiante, urlava:
«Colpito! È mio! L’ho visto io!» La missione finì tra luci, applausi registrati e una classifica finale sul display.
Angelica controllò il punteggio e, con un’espressione da vera leader: «Papà, lo rifacciamo. Adesso so dove si nascondono i brutti.»
Papà Alvise la guardò, sorrise e fece un gesto da superagente: «Andiamo, collega. Questa volta nessun alieno ci sfugge. Neanche quelli simpatici.»
E così, senza esitazione, salirono per la seconda volta, pronti a difendere la galassia a colpi di risate e laser rotanti.

Fuochi d’artificio – Gran finale da film

La sera calò lentamente sul parco, come il sipario di un teatro.
Le voci si abbassarono, i passi si fecero più lenti, e i Monellini trovarono posto su una collina erbosa che si affacciava direttamente sul lago centrale, incorniciato da luci tremolanti e palme immobili nel vento della sera.
Si sedettero tutti insieme sul cemento ancora tiepido del giorno, le felpe infilate addosso, le gambe stanche, ma con gli occhi brillanti di tutto quello che avevano vissuto.
Le luci del parco si spensero una a una, come se qualcuno stesse spegnendo le stelle per accendere i sogni.
Poi, dal cielo…
BOOOOM!
Un primo fuoco d’artificio dorato esplose, come una corona luminosa.
Ne seguirono altri: un triplo blu, un rosso a spirale, lampi verdi, pioggia d’argento. Tutto perfettamente sincronizzato con le colonne sonore più celebri della Universal.

La musica di Jurassic Park cominciò a crescere, e nel cielo esplose un dinosauro fatto di luce.

Poi arrivò E.T., con le biciclette che volavano in una proiezione sullo schermo d’acqua.
Subito dopo, le note maestose di Harry Potter, e una scopa magica si alzava nel cielo come se volasse davvero.
Angelica, con le gambe incrociate e il telefono tra le mani, scattò una foto e sussurrò: «Questo sì che è un ciak perfetto.»
E poi…
Quando nessuno se lo aspettava, apparve lei: la DeLorean, con le porte alzate e i fari accesi, proiettata in mezzo al lago.
Sul sottofondo, la musica iconica di “Ritorno al Futuro” cominciò a suonare, in una versione orchestrale creata per celebrare il quarantesimo anniversario del film.
Papà Alvise, che fino a quel momento aveva resistito a ogni altalena emotiva, sentì un colpo al cuore.
Si raddrizzò, gli occhi fissi sulla scena, le mani incrociate tra le ginocchia.
E una lacrima scese lentamente sulla guancia, silenziosa.
«Ci sono cresciuto con quella macchina… e con quella colonna sonora.»
Mamma Martina gli strinse il braccio.
«Benvenuto nel club dei nostalgici che non crescono mai.»
Un Minion gigante venne proiettato sui getti d’acqua, urlando: «Bananaaaa!»
Il pubblico esplose in una risata collettiva.
Poi il ritmo si fece più lento. Una pioggia silenziosa di fuochi d’artificio bianchi scese come neve d’agosto.
E la voce narrante disse: «Thank you for dreaming with us.»
Mamma Selena, in un soffio, sussurrò: «Last day. Best memories. Ciak, si chiude. Florida… we’ll miss you.»
In quell’attimo di silenzio dopo l’ultimo scoppio, tutti rimasero immobili, a occhi aperti.
A cuore pieno. E forse anche un po’ più leggeri, come se ogni luce nel cielo avesse portato via la fatica. Lasciando solo la meraviglia.

Il ritorno – Silenzio e pupazzi

La magia dei fuochi era ancora nell’aria quando i Monellini si incamminarono lentamente verso l’uscita del parco.
Le voci intorno sembravano lontane, i passi più pesanti, quasi nessuno parlava più. Solo lo scricchiolio delle scarpe e i flash delle ultime foto.
Salirono sul furgone, quello stesso che li aveva accompagnati per giorni tra città, spiagge, parchi e avventure.
E lì, nel buio silenzioso del parcheggio multipiano, con le luci arancioni dei neon riflessi sui vetri, non volò una parola.
Ognuno era perso nei propri pensieri, nel proprio film personale.
Sveva accarezzava la sua maglietta di Hogwarts, lisciando le lettere dorate con un dito.
Ludovico teneva stretto un Minion gigante di peluche, ormai sformato ma perfettamente adorabile.
Angelica osservava le sue tazze degli Studios, fissando il nulla come se ci vedesse un altro mondo.
Mamma Selena teneva in mano un ventaglio con Krusty il Clown, usandolo piano solo per ricordarsi che era ancora sveglia.
Papà Massi stringeva un bicchiere souvenir di Jurassic Park con dentro i resti di una granita gialla.
E papà Alvise, ancora con gli occhi un po’ lucidi, fissava la maglietta della DeLorean con la scritta 88MPH appoggiata sulle ginocchia.
Erano tutti stanchi, sì. Ma forse anche un po’ sognatori nostalgici. O malinconici, perché lo sapevano bene:
il giorno dopo sarebbe stato l’ultimo nel Sunshine State. E in quel silenzio pieno di ricordi, con il furgone che correva tra le luci di Orlando, si sentiva solo il rumore dei pensieri.
E il cuore, che piano piano… cominciava già a sentire la mancanza.


Giorno 11 – L’Ultima Corsa… Verso Casa

Il risveglio (troppo) tranquillo

L’ultima mattina cominciò con calma. Troppa calma.
Papà Massi, ancora in pigiama, sorseggiava il caffè nella veranda della Casa di Radici. «Oggi si va piano. Sveglia tranquilla, niente corse…»
disse, ignaro del destino che ci attendeva. Nel frattempo, mamma Selena era già in modalità “controllo missione”.
Ripiegava magliette, pupazzi, caricatori, mutande, bottiglie d’acqua mezze vuote, ciuffetti gommosi avanzati… e intanto le valigie sembravano moltiplicarsi da sole.
Ma ciò che davvero cresceva era la sua ansia. «Abbiamo tempo, sì… ma non possiamo nemmeno perderne troppo!» continuava a ripetere con voce sempre più tesa.
Noi la guardavamo con un misto di affetto e compatimento. Ma se abbiamo 12 ore!
Caricare tutto nel pulmino fu una vera impresa eroica. Angelica tentava di chiudere il portellone arrampicandosi sulle valigie come in una scalata himalayana, mentre Ludovico, con il cappellino all’indietro, dirigeva i lavori come un piccolo capocantiere.
Alla fine, con qualche spinta strategica e un “dai che ci sta!” di incoraggiamento collettivo,
tutto trovò il suo incastro perfetto.
Più o meno.

Un viaggio lungo, una sosta ghiacciata Alla guida per questo primo tratto si mise Massi.
«Tanto abbiamo tempo», disse sereno, con lo sguardo fiducioso e il piede leggero sull’acceleratore.
In effetti, ne avevamo.
Tempo stimato: quattro ore. Tempo reale… molto, molto di più.
Così dopo appena cinque minuti, ci fu la prima sosta: Walmart.
Caramelle, anguria, galloni d’acqua… E sacchetti. Tanti sacchetti.
Praticamente un sacchetto per ogni singolo articolo comprato. Una montagna di plastica che sembrava sfidare le leggi della fisica e del buon senso.
Poi, d’improvviso, il flash negli occhi di papà Massì. «Oggi è un giorno importantissimo!»

Tutti si voltarono. Cosa succede? Qualcosa dimenticato? Un volo anticipato?
No. Il Padova si giocava la promozione in Serie B.
Papà Alvise, pur Trevigiano DOC, non si fece pregare due volte.
L’amicizia, quella vera, va ben oltre la fede calcistica.
Nel giro di pochi minuti, riuscì a trovare uno streaming che trasmetteva in diretta la partita da Lumezzane.
Iniziò così una corsa parallela: da Kissimmee verso Miami, ma con gli occhi (e il cuore) rivolti al campo.
Finì 0-0. Ma bastava. Il Padova era in B! Nel glorioso pulmino si alzò un boato degno del Maracanã.
Urla da stadio, applausi, cori spontanei… di ogni squadra immaginabile.
Nel bel mezzo della festa, la voce di mamma Selena, sempre più tesa da dietro:
«Secondo me dobbiamo accelerare un po’…» Dopo circa tre ore di viaggio, nuova sosta strategica: un McDonald’s sulla statale nel solito paesino dimenticato da Dio e dagli urbanisti.
Clima esterno: Florida tropicale.
Clima interno: Artico polare.
Mamma Selena, stringendosi il maglione, sussurrò tremando:
«È più freddo qui che nel freezer dei Minions!»
Anche il ketchup sembrava surgelato.

Lo stadio, la foto e… la Formula 1
Per l’ultimissimo tratto, al volante si mise papà Alvise.
L’umore era buono, la strada ancora lunga ma l’aeroporto sembrava a portata di mano.
Passarono per Fort Lauderdale, e fu lì che papà esclamò:
«Dai ragazzi, non vogliamo salutare il mare della Florida da qui?»
Una proposta poetica, nostalgica, perfettamente fuori tempo massimo.
Mamma Selena cominciò a sudare. Non solo per il caldo.
«Sì ragazzi… ma solo mezz’ora, eh?!?»
Cercava di convincere se stessa più che noi.

Così fu.
Un saluto veloce, qualche foto con il vento tra i capelli (e la sabbia ovunque), e si ripartì.
Ma nel frattempo il navigatore non mostrava pietà.
L’orario d’arrivo saliva come la tensione: prima giallo, poi arancione, infine rosso fuoco.
Il traffico di Miami era lì ad aspettarci con tutta la sua gloria.
Meno male che in certi tratti il Sun Pass ci permise di accedere a corsie preferenziali, e di
schivare almeno un paio di colonne chilometriche.
Papà Alvise, fiero e concentrato, dichiarò:
«Tranquilli, oggi mi sento meglio di Charles Leclerc!»
E proprio in quel momento, l’autoradio attaccò le prime note di “Highway to Hell”. Mai colonna sonora fu più azzeccata.
Tutti si guardarono e scoppiarono a ridere, nervosi e sudati come veri piloti al pit stop.
Poi, illuminazione improvvisa:
«Ma domenica non c’è il GP di Miami? Non vogliamo andare allo Hard Rock Stadium
per una foto?»
Mamma Selena, che nel frattempo aveva già mentalmente ripassato tutti i documenti, i
check-in, i controlli, il fuso orario e i tre figli sfatti sul sedile, sudò freddo.
Sembrava una scena uscita da Tre uomini e una gamba. «No ragazzi, non scherziamo. Siamo in ritardo di una vita.
Abbiamo noleggiato il furgone e gli restituiamo un rottame.
E abbiamo tre figli in condizioni pietose.»
Si voltò. Silenzio. Era praticamente sola nel pulmino. Sospirò. «E va bene… però solo 5 minuti.»
E così, come in ogni finale epico che si rispetti, ci fu l’ultima deviazione.
Davanti allo Hard Rock Stadium, tutti scesero dal glorioso furgone con i cellulari pronti.
Massi, indicando un vialetto transennato: «Qui ci sarà il circuito di Formula 1!»
Ludovico, con lo sguardo ispirato, lanciò una bottiglietta vuota come fosse un trofeo, gridando:
«È pole position!»
imitando perfettamente il tono esaltato di Carlo Vanzini.
E per un attimo, anche tra il sudore, i sacchetti e la sabbia nelle scarpe, sembrammo
davvero sulla griglia di partenza…
dell’ultima corsa verso casa.

L’ultima corsa – Mamma ho perso l’aereo (versione Florida)

Quando arrivarono in prossimità del Miami International Airport, il caos era ormai pienamente operativo.
Stanchi, sudati e tesi come una corda di violino, sbagliarono clamorosamente lo svincolo per il Rental Cars Center.
Anche papà Massi, che fino a quel momento aveva mantenuto un ruolo zen da copilota, cedette all’esasperazione.
Un pugno sul cruscotto.
Una bocchetta dell’aria si staccò di colpo e finì nella zona bambini come una meteora
improvvisa.
A quel punto, nessun dubbio: il Glorioso era ufficialmente un rottame.
Mancava ancora il pieno.
Un salasso, tanto che per un attimo valutarono l’ipotesi di spingere il furgone.
Ma ormai contava solo una cosa: ARRIVARE.
Mamma Selena, sempre più sotto pressione, cominciò a innervosirsi visibilmente: «L’avevo detto che sarebbe successo! Lo sapevo!!»
Ora a sudare erano anche i papà.
E non per colpa dell’aria condizionata guasta.
Alla fine, arrivarono alla Hertz con un furgone che sembrava uscito da un reality show di
sopravvivenza.
Durante la riconsegna, il colpo di grazia:
alla signora della Hertz, in fase di registrazione del rientro e del “piccolo incidente” (leggi: fiancata graffiata + bocchetta volante + odore di caramelle fuse e pezzi di anguria sparsi sul pavimento appiccicoso), si spense il tablet.
“Noooooooo!” Il tempo stringeva.
Le lancette correvano più veloci di loro.
Scattarono i piani di emergenza: Le mamme con i bambini avanti, stile staffetta olimpica.
Trolley, zaini, pupazzi alligatori, bottigliette mezze vuote: via a razzo verso il check-in.
I papà dietro, con la macchina ancora calda e lo scontrino della benzina in mano, salutavano il Glorioso con uno sguardo malinconico.
Una macchina reduce da un piccolo incidente, che sembrava guardarli un’ultima volta per dire: «Addio, eroi. Buon rientro.»
Mamma Martina, correndo tra i gate come una generalessa con tre piccoli soldati alle calcagna, urlava:
«Forza Monellini! In fila! Documento in mano! Non perdiamo l’Italia!»

Ultimo panino e… l’assegnazione letale

Arrivati al gate, fiato corto e occhi sbarrati, ci fu giusto il tempo per un trancio volante di Pizza Hut, qualche ultima patatina rubata e un ultimo ciuffetto gommoso come sigillo finale
dell’avventura.
Angelica scattò l’ultima foto: tutti in cerchio, valigie storte, capelli spettinati, ma sorrisi veri.
Sveva, scrivendo sul diario:
“Goodbye Florida. Thank you for the magic, the sun, the surprises.”
Ludovico, ancora masticando:
«Io torno… ma la prossima volta voglio vedere i leoni!»
Poi… l’annuncio al check-in.
I sette posti sull’aereo non erano tutti insieme.
Sguardi di terrore. Bambini pronti al pianto. Alla fine, si sacrificò papà Alvise, offrendosi per il posto singolo 9 file più avanti. L’aereo decollò. Un’ultima occhiata dal finestrino. La Florida si allontanava sotto le nuvole, come una mappa che si chiude con un clic. Mamma Martina, stringendo il bracciolo con un sorriso stanco ma sincero, sussurrò: «Grazie, America. Ci vediamo alla prossima avventura.»
I bambini lottavano con le cinture, si accasciavano sui braccioli, chiedevano acqua, cuscini, biscotti.
Nessuno dormiva. Nessuno parlava. Nessuno capiva più nulla. Ad eccezione di papà Alvise, isolato, beato…
a Madrid, quando si ritrovarono di nuovo tutti insieme per lo scalo, entrò nella sala d’attesa fresco come una rosa, con un sorriso rilassato da spa.
«Allora ragazzi, com’è andata? Io non ho mai dormito così bene in aereo!» Volò un coro di insulti.

Fine del viaggio… ma solo per ora

Atterrarono in Italia stanchi, stropicciati e un po’ diversi. Con sabbia nelle tasche, adesivi sui trolley, e un’infinità di ricordi da raccontare. Perché ogni Monellino lo sa… la prossima avventura è sempre dietro l’angolo.


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