A zonzo per il Kruger

Raccontiamo la prima parte di un viaggio meraviglioso che qualche anno fa ci ha portati nel cuore dell’Africa. Riteniamo la prima parte del viaggio assolutamente replicabile con i bambini (i bambini adoreranno il safari!), sconsigliamo invece lo spostamento in Mozambico in quanto un po’ più pericoloso e pieno di imprevisti.


15 Ottobre 2015

La sveglia questa mattina è stata presto, anzi prestissimo: 3:45 Il primo volo, Venezia-Amsterdam, è alle 6.10. Non sentiamo la stanchezza. L’adrenalina ci tiene svegli, carichi per questa nuova avventura.

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Seduti sul sedile dell’aereo, davanti a noi la cartina del mondo e un piccolo aeroplano che piano piano sta attraversando il continente africano da nord a sud, direzione Johannesburg, Africa.

Africa, un’impronta indelebile lasciata dal viaggio namibiano due anni or sono. Africa, dove la luce accende i paesaggi e il cielo di colori incredibili. Africa, dove c’è il tempo e non l’orologio. Africa, dove ognuno ha il suo posto nel grande Cerchio della Vita. Africa, dove le persone si muovono lentamente camminando per chilometri.

Siamo arrivati a tarda sera sera all’aeroporto di Johannesburg, un sacco di stanchezza sulle spalle e poca sorpresa nel rivedere un luogo in cui avevamo già transitato. All’uscita dal gate rivediamo il negozio “Out of Africa”, enorme business di articoli africani che ci sono solo nelle città turistiche e che di fatto non fanno Africa. Ci appuntiamo di comprare al ritorno le cose che non troviamo durante il viaggio. Carichiamo le nostre valigie su un carrello e cerchiamo le indicazioni per l’autonoleggio, che ci conducono in un lungo corridoio, proprio frontale all’uscita della hall. Decidiamo di prendere in affitto  la macchina il giorno prima, così l’indomani possiamo partire immediatamente dall’albergo alla volta del Kruger. Ci danno una Toyota Corolla che è una gran bella macchina davvero, confortevole e comoda. Primo problema: guidarla! La macchina è incastrata in parcheggio con la guida a destra e il cambio automatico. Massi si siede al volante e inizia a muoverla: è incredibile come riesca a capirsi, non tanto con i comandi che sono familiari ma nelle strade caotiche e intricate di Johannesburg. E’ un eroe! All’uscita per l’albergo, che dista solo qualche km dall’aeroporto, siamo subito in Africa: le strade sono un po’ sabbiose e il buio le rende sinistre. Parcheggiamo di fronte all’albergo e un tipo ci apre la porta con quel solito sguardo di tranquillità che è tipico della gente africana. Aviator Tambo Hotel è molto caratteristico e soprattutto comodo. L’hotel è vicinissimo all’aeroporto, ottima soluzione per chi come noi è di passaggio e vuole una camera pulita e comoda, senza troppe pretese. Per arrivare alla camera percorriamo dei lunghi corridoi. E’ in stile anni 50 e tutto l’arredo ricorda il mondo dell’aviazione: per terra lungo i corridoi valigie in pelle, appesi qua e là cappelli dal comandante, aerei e immagini di altri tempi. Le stanze sono ampie, bagno e doccia molto grandi. Ahimè il Wifi non è disponibile in tutta la struttura come da descrizione: la connessione funziona solo fuori dalla porta della camera e così abbiamo passato un po’ di tempo sull’uscio, per scaricare un po’ di mappe e indicazioni di viaggio per il giorno successivo. Doccia e letto, pronti per il giorno dopo!


16 Ottobre

La sveglia suona alle 6:30. Da fuori sentiamo il rombare dei motori degli aerei che partono e arrivano ma, durante la notte, forse causa stanchezza, non li abbiamo sentiti! Facciamo armi e bagagli e ci ricarichiamo sulla nostra Toyota Corolla. Ipad con le mappe stradali sulle ginocchia, macchina fotografica legata al collo, ci sentiamo subito a nostro agio. Un po’ ci intimorisce la strada che dovremo percorrere: abbiamo letto che è una vera superstrada con tanto di Autogrill, ma in Africa non si sa mai. Ci fermiamo dopo un’ora circa per prendere una piccola scorta di bevande e alimenti da tenere in macchina. Gli Autogrill sono occidentali e ci stupiamo sempre nel vedere quanti articoli italiani si riescano a trovare all’estero, compresa l’Africa. Ci sono le Smarties, la cioccolata Milka, questa volta non vediamo le merendine Balcone!

Grazie al navigatore imbocchiamo l’autostrada, a tre corsie, bella asfaltata. A tratti ci ricorda una di quelle grandi arterie di Los Angeles o San Francisco. Ci lasciamo Johannesbuerg alle spalle, e percorriamo centinaia di chilometri. Chiacchieriamo come non facciamo da tempo, coccolati dal paesaggio verde e collinare. Dopo circa 250 km ecco la nostra prima avventura: arriviamo ad un casello convinti che si possa pagare con il telepass come avevamo fatto nei precedenti tre caselli. Ma così non è, e non abbiamo un rand che sia uno. Facciamo capire al casellante che non abbiamo contante e ci fanno accostare: probabilmente non siamo i primi che incappano in questo errore e ben presto ci raggiunge con il lettore per la carta di credito. Siamo salvi! Impariamo la lezione e ci appuntiamo di fare bancomat appena possibile. Mai girare senza soldi e benzina in Africa!

Ci rimettiamo in marcia e il paesaggio che sfreccia ai nostri lati inizia a cambiare: talvolta appare sabbioso e disabitato, altre volte si fa fitto di case tutte uguali che di fatto sono l’equivalente delle favella sudamericane, modello Mandela. Ogni tanto vediamo un cartello che indica di rallentare in caso di nebbia: ci chiediamo se sia uno scherzo.   Invece… una nebbia pari se non peggiore delle nostre tipiche della pianura padana ci avvolge e ci minaccia per la metà del viaggio. Ci prendiamo in giro più volte dicendoci: “Ma siamo in Valsugana?” – “Oh ma questo è il Montello?”. La nebbia flette i nostri animi: è la prima volta che il meteo ci è avverso e ci sentiamo sconsolati: abbiamo atteso così a lungo le vacanze, non sarà mica il meteo a rovinarcele?

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Le altre auto intorno a noi non provviste di antinebbia accendono le quattro frecce per farsi vedere meglio, percorriamo diverse decine di chilometri con visibilità bassissima. Attorno a noi non vediamo più nulla, se non qualche albero tinto di viola vicino alla strada: alberi di Jacaranda, sono meravigliosi!

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Raggiungiamo la nostra prima meta, la cittadina di Sabie: è una tipica town africana costituita da una via e da alcuni piccoli negozi. Forse è un po’ più kitsch di quelle viste in passato, ha molte insegne colorate e perfino un KFC. Sono le 11.30: ci facciamo una foto di fronte ad un meraviglioso albero di Jacaranda ed entriamo in un piccolo shop. Facciamo due passi, ma non c’è veramente nulla. E così  prima, di mangiare decidiamo di andare a vedere le Lone Creek Falls, distanti al massimo una decina di minuti da Sabie. Le indicazioni sono molto chiare, paghiamo la fee di ingresso (qualche euro) e parcheggiamo. Una breve passeggiata in mezzo al bosco (oddio, sembra una vera e propria foresta pluviale!) ci porta di fronte alla grande cascata: una potenza della natura. A dirla tutta però niente a confronto con le cascate dello Yosemite Park, in California.

Torniamo a Sabie per il pranzo. Alcune persone locali ci indicano un fast-food sudafricano, il Chesa Nyama. Si trova lungo la strada principale a Sabie: parcheggiamo ed ordiniamo due mega hamburger, una coca, una fanta e le patatine. Il nostro primo pranzo africano non è niente male.

Ci rimettiamo in macchina, in direzione Graskop. Seguiamo l’itinerario verso nord e lungo la strada incrociamo il bivio per le Mac-Mac Falls. Quando imbocchiamo il gate…lo facciamo dalla parte sbagliata! Il ragazzo che raccoglie i soldi si fa una gran risata: probabilmente non è la prima volta che un europeo sbaglia a prendere la strada. Parcheggiamo, comincia anche a piovigginare. Attorno al piazzale ci sono delle capanne, organizzate per fare mercatini per turisti. Causa pioggia la merce è tutta nascosta e i venditori intirizziti sono avvolti da coperte. Noi prendiamo il sentiero che scende verso le cascate. Ora siamo sopra ad un canyon e in fondo al sentiero la cascata ci appare dall’alto. Peccato per l’inferriata che ostacola un po’ la vista, ma la cascata, un rigolo che salta da un centinaio di metri, è davvero suggestiva.

Riprendiamo l’auto e puntiamo verso nord, ovvero Graskop. Siamo davvero immersi nella nebbia e la visibilità è scarsissima. Parcheggiamo nel centro della cittadina e prendiamo qualche informazione all’info-point. Poco più in là vediamo delle bancarelle e facciamo due passi, nella speranza che le nuvole si alzino. Invece niente da fare, siamo immersi nell’umidità: fa freddo e cominciamo a bagnarci. Ritorniamo in macchina: ora, scendendo di quota, le cose dovrebbero cambiare!

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Arriviamo al bivio per God’s Window, ma niente da fare. La nuvole non ci permetterebbero di vedere nulla. E così un po’ demoralizzati procediamo nell’itinerario.

Piano piano il panorama attorno a noi si fa più chiaro. Il paesaggio è molto simile a quello del Damaraland: grosse rocce rosse emergono dai prati. È davvero suggestivo. Notiamo un bivio sulla destra: ci avventuriamo a passo d’uomo oscillando a destra e a sinistra mentre attraversiamo delle  buche. La stradina sterrata serpeggia fra dei campi irti, attraversiamo un torrente su un improbabile ponte: la pista ci conduce fino ad un ristorante, che si affaccia proprio sul torrente. È un posto idilliaco, vorremo restare qui a giocare per ore, a goderci finalmente il panorama, ma la giornata sta volgendo lentamente al termine e dobbiamo assolutamente andare avanti. Ritornati sulla strada principale, cerchiamo il bivio per “The Three Sisters – le tre sorelle”: è distante una decina di chilometri, sulla destra. Lo imbocchiamo, paghiamo qualche rand di ingresso e percorriamo la lunga salita che conduce al parcheggio. Il cielo imbrunisce, ma siamo fortunati: le nuvole sembrano essere molto più alte di noi. Nel parcheggio è pieno di baracche che vendono prodotti artigianali, che ormai sono in chiusura. Prendiamo il sentiero che scende verso il canyon: davanti a noi uno spettacolo simile a quello del Gran Canyon, con molto molta più vegetazione. Il vento è fortissimo: ci godiamo (ma non troppo) il panorama e scappiamo in macchina: una volta dentro ci accorgiamo che le suole delle nostre scarpe sono tutte rosse. Siamo proprio tornati in Africa!

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Ormai è l’ora del tramonto e ci incamminiamo a malincuore verso il nostro albergo, il Kaja Tani, a Phalaborwa. Questa cittadina, situata ad ovest del parco, non ha nulla a che vedere con i piccoli villaggi africani: è un villaggio europeo stupendo che è cresciuto grazie al turismo e al commercio dell’Amarula, il famoso liquore africano che è la bandiera del Sudafrica. Ci accoglie Daniela, una signora altoatesina bionda c che ci fa vedere subito la nostra camera. E’ stupenda, un po’ ci ricorda l’agio degli alberghi della luna di miele. Abbiamo tutto quello che ci serve, gli ambienti comuni sono deliziosi e la cena è molto buona. Prenotiamo per l’indomani il Safari con Alberto, suo marito, che di professione fa la guida del parco. Ci dicono che saremo in quattro e che la sveglia è alle ore 4. Ci sembra assurdo, è quasi peggio che al lavoro! Qui però viene facile l’adeguarsi al ciclo del sole e della natura e, per quanto indubbiamente faticoso,  sembra che stia riportando in noi l’equilibrio perduto. Domani sveglia ore 3.30: carichi a paletta! Notte mondo!


17 ottobre 2015 – In bocca al leone

Ci siamo svegliati alle 3.30 prima della sveglia: uno shock, fuori il buio, e un Alberto che in pantaloni corti ci aspetta al cancello e ci dice di muoverci. Dobbiamo essere i primi ad entrare dal cancello. Saliamo a bordo di una jeep da otto posti e Alberto ci dà l’incarico di organizzarci con le scorte di cibo e the che si è portato dietro. I ragazzi che viaggiano con noi sono in viaggio di nozze: sono molto silenziosi, soprattutto lei che proprio non spiaccica parola. Quando entriamo nel parco è ormai l’alba: Alberto tira giù il finestrino perché dice che vuole sentire meglio suoni e odori. E’ un personaggio, i diari di viaggio lo descrivevano come appassionato, a noi sembra più che altro invasato: dopo 13 ore di viaggi no stop ha avuto il coraggio di rientrare al Kruger il giorno dopo, sempre alle 5.30, come se non lo avesse mai visto. Incredibile. Massi stamattina indossa la maglietta dell’Etosha e il suo cappello africano e, neanche a dirlo, occupa la poltrona anteriore della jeep.

Dopo aver percorso una lunga statale al buio, con la sola luce dei catarifrangenti gialli sui due lati della strada, vediamo stagliarsi all’orizzonte il Parco. Piano piano fa capolino il sole: alla nostra sinistra vediamo la savana mentre a destra le montagne che abbiamo percorso ieri, ancora avvolte dalle nuvole. Alle 5.10 siamo davanti al cancello verde di Orpen. Le donne preparano la colazione per tutti a bordo della jeep: mangiamo un buon muffin fresco che fa il pari con il pessimo Nespresso in polvere. Alle 5:30 il gate apre: paghiamo i rand dovuti e via spediti all’interno del Parco.

La giornata è stata nuvolosa dall’inizio alla fine e nonostante la relativa penuria di animali abbiamo imparato molto della vita della savana. Ci sono state spiegate le regole dei combattimenti, il ruolo di ciascuno nella catena alimentare, perché le zebre sono a strisce! Ciò ci ha dato la sensazione, una volta da soli nel parco, di riuscire a comprendere meglio quello che vedevamo.

 

Le strade del Kruger sono diverse da quelle dell’Etosha in quanto quasi tutte asfaltate. L’impressione è che in Namibia ci sia una maggiore cura, soprattutto degli spazi comuni. Il parco è in ogni caso stupendo, vastissimo, e il paesaggio cambia di continuo assumendo le tonalità del verde acceso, giallo paglierino e anche nero carbone. Alberto scorrazza a destra e a sinistra infilandosi, di tanto in tanto, in stradine sterrate. Si vede che conosce il Kruger come il palmo della sua mano.

Avviamo il più classico dei giochi della savana: “Vediamo chi avvista il leone!”. Il gioco sembra anche vincente, almeno per il primo quarto d’ora. Passa più di un’ora e non vediamo niente se non qualche eland. Alberto tenta di giustificare la situazione, raccontando che è già piovuto, che gli animali non sono più nelle pozze, che i branchi si sono sparpagliati,  bla bla-bla. Arrivati al bivio con il camp Satara giriamo a destra, in direzione sud.

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Lungo la strada ci fermiamo ad ammirare un grande baobab, simbolo dell’Africa. A proposito del Baobab si narra che fu uno dei primi alberi creati da Dio. Quando però vide la successiva pianta creata, una palma slanciata verso il cielo, il Baobab cominciò a brontolare, perché lui voleva essere alto come lei. Dio ascoltò le sue lamentele e lo fece crescere; ma questi aveva appena raggiunto l’altezza della palma quando vide la spettacolare fioritura della Flamboyant, e si lamentò perchè lui non aveva fiori. Dio provvide un’altra volta, e dotò anche lui di fiori. Ma non era ancora abbastanza: si mise infatti a piagnucolare che lui, a differenza del fico, non aveva frutti. Questo fu troppo pure per la pazienza del Creatore che, in un accesso d’ira, sradicò il Baobab dalla terra e ce lo riscaraventò con la chioma in giù, e le radici per aria. Leggenda o realtà, è la pianta regina della Savana.

Durante il tragitto ci fermiamo in un camp per una pausa, che è anche servita per osservare la piantina del parco: su di essa ci sono molte puntine di colori diversi, che stanno ad indicare l’avvistamento degli animali (fatto da altri). Nella nostra erano puntati molti pallini rossi (leoni!) sulla H12, verso il camp Skukuza. Quella è diventata la nostra prossima meta!

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Ripartiamo e il bottino è fin da subito ghiotto: due leoni che amoreggiano sulla destra, altri due molto vicini sulla sinistra, un gran bel colpo. Pochi chilometri dopo la ciliegina sulla torta: un rinoceronte bianco che mangia l’erba lì sul ciglio della strada, sicuramente uno degli avvistamenti più belli di giornata. La sua pelle è scura, tirata, senza alcuna grinza. Attorno a lui molte mosche soprattutto nella parte inferiore. Mangiava imperterrito, come se attorno a lui non ci fosse nessuno: tranquillo, pacato. Peccato che Alberto abbia sempre un po’ di fretta e non ci dia il tempo di goderci l’attimo.

Ripartiamo e giunti sul ponte al di sopra grande fiume, prima di arrivare al Camp Skukuza, imbocchiamo una pista sterrata sulla sinistra alla ricerca del ghepardo, ricerca che ahimè rimarrà vana per tutto il giorno. Il terreno attorno a noi è rosso e, a tratti, la vegetazione molto folta. Un panorama molto diverso rispetto a quello dell’Etosha. Lungo il percorso incontriamo molte antilopi e anche i bufali! Sulla destra il paesaggio si apre nella savana, sulla sinistra il monte che stiamo circumnavigando. Lungo la strada incontriamo molti volatili di cui non ricordiamo il nome: simpatica la storia dell’uccello chirurgo che va ad aprire la pancia della preda morta e che permette agli altri di mangiare.  Ecco che prima di uscire dalla pista quattro leoni e un leoncino, molto molto lontani stanno sventrando una zebra. Fortunatamente sia Alberto che i nostri compagni di viaggio hanno dei binocoli, per cui riusciamo a goderci lo spettacolo da distante.

Usciamo dallo sterrato e imbocchiamo la H10 sulla sinistra, in direzione nord.  Lungo la strada vediamo ancora molti erbivori, tra cui un orice fermo, immobile, quasi a guardarci.

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Prima dl pranzo ci fermiamo ad uno view point. E’ uno dei pochi posti dove si è autorizzati a scendere dall’auto. Scendiamo e ci godiamo il panorama: dalla collina si ammira tutta la savana di sotto: qua e là vediamo delle giraffe, due rinoceronti. Ci risuona nelle orecchie la frase: “Tutto ciò che è illuminato dal sole è il nostro regno”

Siamo affamati e mangiamo in una specie di piazzola di sosta dove cucinano carne alla griglia. Alberto ordina per tutti salsiccia di kudu e una specie di polenta con salsa piccante. E’ il primo pranzo di bushmeat ed è buonissimo! Mentre ceniamo alcune scimmiette ci girano intorno: puntano i nostri avanzi e verso la fine diventano proprio fastidiose. Alberto scandisce i tempi come un generale: è ora di rimettersi in marcia, in direzione nord.

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In questa zona del parco avvistiamo molti elefanti, i nostri preferiti. Gli elefanti sono davvero i padroni della savana, non si fermano davanti a nulla. Sono sbucati dai cespugli improvvisamente per ben due volte; la prima erano lontani, e non hanno accennato a fermarsi; la seconda volta è stata una vera e propria scena da film. Non appena ci siamo accorti della loro presenza noi, e una macchina accanto a noi, abbiamo inchiodato: un giovane esemplare di elefante seguito da uno più vecchio, stava attraversando la strada. Guardarli è stato un vero spettacolo. Indimenticabile il momento in cui l’elefante più anziano ha spinto con la proboscide quello più giovane quasi a volerlo incitare ad attraversare la strada. Un gesto, un solo tocco, ma che emozione! A metà strada l’elefante più grande si è fermato, e ha guardato fisso l’automobile di fronte a noi. È stata una sfida, a chi cedeva per primo. Ovviamente ha ceduto prima l’auto: solo quando l’elefante ha visto che faceva marcia indietro sulla striscia di asfalto, lui ha proseguito la sua strada lasciandola sgombera.

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Mano a mano che proseguiamo, la strada si inerpica sul plateau e la vegetazione si fa più fitta. Alla nostra sinistra il grande fiume. Il panorama sotto è stupendo, forse è la parte più bella del Kruger: elefanti, ippopotami e coccodrilli si abbeverano. Siamo fortunati: non c’è il sole e non fa caldissimo per cui gli ippopotami sono fuori dall’acqua e li vediamo benissimo. I coccodrilli invece sono immobili sulla sabbia, tanto che è difficilissimo riconoscerli.

Prima di rientrare al nostro lodge, passiamo per Olifants dove c’è un Museo degli Elefanti. Non ha di certo la struttura dei musei moderni, però è lo stesso interessante. È esposto il cervello di un elefante, e sono narrate le storie dei più grandi elefanti del parco Kruger… e ne sono conservate le zanne!

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Sulla strada del ritorno troviamo anche “il resto della savana”: iene, zebre, antilopi, giraffe. Ci sono tutti, ma la nostra attenzione è tutta volta al leopardo che non vuole saperne di farsi vedere. Stanchi per il viaggio, ci addormentiamo, con tanto di tazze piene di the in mano. Ci svegliamo quando la macchina si ferma per vedere la tana delle iene, che ci guardano con una faccia insulsa. Sembrano dei cani venuti fuori male, e non possiamo non associarle alle stupide del Re Leone. Alberto invece dice che sono animali super intelligenti e che sono i suoi preferiti. Francamente non lo capiamo.

Riprendiamo la strada: ci fermano le guardie per un normale controllo dei biglietti e della tessera di guida di Alberto. Lasciamo loro una bottiglia d’acqua e una stecca di cioccolata.

Rientriamo al Lodge giustappunto per il secondo tempo della partita del Sudafrica, impegnato nei mondiali di rugby. Immaginavamo di vederla in un pub in mezzo ai tifosi sudafricani, ma siamo troppo stanchi per fermarci a mangiare fuori. E così ce la guardiamo al lodge, dove la padrona e i suoi amici sembrano essere tifosi seri!  La giornata è stata molto lunga e soprattutto “di fretta”: domani ce la prendiamo con calma!


 

18 Ottobre

Puntiamo la sveglia ma non la sentiamo. Ci svegliamo di soprassalto, consci del fatto che alle 7 i cancelli sono aperti da almeno due ore e il Parco sarà già pieno di gente. Ci congediamo da Daniela:  ci ha invitati a tornare nel loro nuovo lodge, che stanno finendo di costruire poco distante da quello in cui soggiornavamo noi. Ci siamo fatti l’idea che si siano comprati una vera e propria riserva da ricchi, ma siamo sicuri che sapranno trarne il meglio. Pensiamo a questa gente che ha lasciato una vita agiata per l’Africa, e ci chiediamo se saremo mai in grado di farlo. Per quanto questa terra sia stupenda, con il suo senso della Vita e del Tempo, non possiamo fare a meno di pensare che la nostra mente giri molto più velocemente e forse non sarebbe mai in grado di rallentare fino a questo punto.

Dopo tanto tempo siamo soli e possiamo fare quello che ci piace fare. La giornata è baciata da sole! Il piano è di attraversare il parco da Nord a Sud, e di dormire all’interno dello stesso, a Skukuza.

La prima parte di parco è praticamente deserta, fino ad Olifants. Il parco in questa parte è molto boscoso e si fa fatica a vedere gli animali. Dopo Olifants troviamo i due leoni di ieri sera ancora fermi nello stesso punto. Poco più avanti un elefante, che ha scavato una buca con la proboscide. Spegniamo la macchina e rimaniamo ad osservarlo per minuti Ci godiamo con calma il viaggio, e costeggiamo il grande fiume visto ieri di corsa. Ci affacciamo su due o tre view point e scorgiamo tantissimi ippopotami, coccodrilli ed elefanti. Come abbiamo già detto, per noi è una delle parti più belle del parco.

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Attraversiamo il grande fiume: il ponte sarà lungo 200-300 metri e molte persone ne approfittano per scendere e farsi qualche foto. Sul ponte infatti è più facile tenere d’occhio eventuali attacchi di carnivori. Ne approfittiamo anche noi e attacchiamo bottone con il nostro fotografo, un signore europeo che ci spiega come fare a trovare il punto esatto dove, solo una mezz’ora prima, ha avvistato tre leoni. Si trova un po’ all’interno, bisogna percorrere diversi chilometri di sterrato, ma nulla ci può fermare.

Lungo la strada ci fermiamo ad acquistare un pranzo al sacco al Camp Sabie: prendiamo una pizza pesantissima, stile americano, solo che al posto del pomodoro c’è il ketchup! E’ pessima ma non ci importa. Acquistiamo anche un binocolo (finalmente per Massi!).

Dopo un po’ identifichiamo il luogo descritto: ci sono un leone e due leonesse. Ci godiamo lo spettacolo gustandoci qualche trancio della nostra pizza, sembra di essere in una specie di drive-in, ma che spettacolo! Il leone è splendido, ma assonnato, e più di rotolarsi a terra non fa. Siamo appagati.

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Ci rimettiamo in strada in direzione Skukuza e in vicinanza del camp ci capita l’avventura più incredibile. Sulla destra, tra la vegetazione folta, notiamo un rinoceronte mangiare l’erba. Ci fermiamo per goderci quest’ultimo spettacolo di giornata (o almeno pensavamo!). Spegniamo il motore per non disturbare, e così la macchina dietro di noi. Passano alcuni minuti, e ci accorgiamo che davanti a noi, a circa 100 metri sbuca un primo elefante, poi un secondo, un terzo. Non siamo troppo preoccupati. Abbiamo visto questa scena ormai più e più volte. Sappiamo che gli elefanti escono dalla radura, e attraversano la strada perpendicolarmente. Ma non questa volta: si dirigono verso di noi a tutta velocità. Con calma avviamo il motore per fare retromarcia ma l’auto dietro di noi non sembra accorgersi di niente. Siamo bloccati: non possiamo andare avanti né indietro. Osserviamo la situazione impotenti. Due elefanti si buttano nella radura una decina di metri davanti a noi, un altro ci passa molto vicino, alla nostra sinistra, il resto della mandria attraversa la radura appena al di là del ciglio della strada.  Non ricordiamo se sia passato qualche secondo o qualche minuto, di certo li abbiamo passati in apnea!

A questo punto non siamo lontano da Skukuza, e poco distante dall’ingresso del Camp ci accorgiamo che in centro alla strada c’è una tartaruga. Che facciamo? È in pericolo lì in mezzo alla strada: la spostiamo? Per il momento fermiamo la macchina: la nostra presenza farà da scudo per le altre. La tartaruga sta immobile, quasi come se noi non ci fossimo. Passa un auto, poi una seconda. La tartaruga improvvisamente si sveglia e in pochi secondi si butta nella radura alla nostra destra.

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Arriviamo al Camp ed è quasi il tramonto: facciamo il check-in alla reception e andiamo alla ricerca della nostra tenda. Il campo è molto bello: i sudafricani sono venuti qui per il week end e tutt’intorno si vedono ardere spiedi caldi! È loro usanza lasciare le città e venire nei campeggi del Kruger. Troviamo la nostra tenda: è carina, poteva andare peggio, anche se la Marti non sembra troppo convinta. Scarichiamo i bagagli e andiamo alla scoperta del camp, o meglio dello shop del camp! Passiamo quasi un’ora a cercare magliette, adesivi, souvenir per amici… compriamo anche l’immancabile bottiglia di Amarula.

Il tempo dentro lo shop è volato: ci accorgiamo che sono già le 19:00 e alle 20:00 ci aspettano per il nostro safari notturno. Ci affrettiamo al ristorante dove ci assicurano che abbiamo tempo sufficiente per cenare. Quando sono le 19:35 i nostri due hamburger non sono ancora pronti. Chiediamo il take-away e scappiamo all’ingresso del parco, dove stanno aspettando noi!

Montiamo sulla camionetta e ci danno una lampada per illuminare il bush intorno a noi durante il Safari. Massi è super contento di averne una tutta per sé. Lungo la strada vediamo poco o nulla. Imbocchiamo uno sterrato sulla sinistra: solo kudu e qualche scoiattolino. Fa molto freddo, e gli avvistamenti sono di poca qualità. Verso la fine avvistiamo tre rinoceronti. Diciamo che il giro non è stato molto fortunato.

Torniamo alla nostra tenda, ci mangiamo i nostri hamburger (ormai freddi) e ci accingiamo a dormire. Facciamo un giro insieme ai bagni pubblici, per denti e pipì. Martina dimentica il suo dentifricio e così, timorosa di tornare ai bagni, si lava i denti fuori della tenda, poi,  temendo che possano entrare dei serpenti in camera, ci protegge a modo suo, con un asciugamano sulla fessura inferiore della porta.

Buonanotte Africa, a domani!


19 Ottobre

Finalmente oggi c’è il sole. Dopo due giorni di cielo grigio, oggi ammireremo i colori della savana in tutta la loro bellezza. Ci alziamo di buon’ora, che per noi vuol dire comunque ben dopo l’alba. Facciamo i bagagli e ci dirigiamo verso l’area centrale del Camp. L’area ristorante all’aperto dello Skukuza Camp è davvero suggestiva: dai tavoli si ha la possibilità di vedere tutto il fiume, a perdita d’occhio. Ci soffermiamo un po’, per scorgere qualche animale. Purtroppo le piogge scese nei giorni scorsi hanno portato acqua lungo il fiume e le piante sono già rigogliose. Chissà quanti animali nascosti dietro quelle fronde! Ci facciamo un’ultima foto di rito di fronte all’ingresso del camp, facciamo diesel, lasciamo le chiavi e ripartiamo all’avventura!

Scorrazziamo su e giù per la savana, a dir la verità vedendo poco. Costeggiamo il fiume dove una calca di macchine sembra aver avvistato qualcosa. Si dice sia un leopardo, ma nessuno l’ha visto. Proseguiamo, e una decina di km dopo c’è una grande calca: ci sono due leonesse accovacciate fra i cespugli lungo il fiume. Si fa davvero fatica a vederle, si mimetizzano perfettamente.  Strada facendo, sotto un grande albero identifichiamo una famiglia di elefanti, almeno quattro adulti e due piccoli… uno piccolissimo! Sono all’ombra, in riposo. È una scena bellissima.

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Prima di arrivare a Lower Sabie una pozza colore del cielo, sulla destra attira la nostra attenzione. Ci fermiamo nel grande piazzale di fronte alla pozza a vedere cosa succede: in lontananza tantissimi ippopotami e dei fenicotteri. Uno prende il volo, poi un altro e un altro ancora. Lo stormo si alza in uno spettacolo bellissimo. Qui sotto, non lontano dalla nostra macchina, un ippopotamo sembra scrutaci: nuota lentamente sollevando di tanto in tanto le narici, per prendere aria. Dopo poco si gira. E noi facciamo altrettanto.

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Arriviamo al Camp Lower Sabie: ne approfittiamo per fare un pit-stop, comprare qualche merendina e… guardare la mitica mappa con le puntine. Cosa sarà stato avvistato oggi in questa parte del parco? Sembrano esserci stati tantissimi avvistamenti tra Lower Sabie e Crocodile Bridge, la parte più ad est del parco: molti leoni, ma anche tanti ghepardi. Decidiamo di andare. La strada verso Crocodile Bridge è molto panoramica, soprattutto nella prima parte, ma niente altro. Siamo stati molto sfortunati, chissà a che ora sono stati effettuati quegli avvistamenti o se qualcuno ha messo qualche puntina di troppo! Quel che è peggio è che questo camp non ha nemmeno il ristorante: solo una pompa di benzina. Con l’amaro in bocca e lo stomaco vuoto torniamo di fretta e furia a Lower Sabie. Sono le 13 passate e la fame è molta. Spingiamo sull’acceleratore, anche un po’ oltre i limiti di velocità. Ripercorriamo la stessa strada: rivediamo gli stessi bufali, le stesse antilopi, le stesse giraffe, che in quel lasso di tempo sembra si siano congelate in attesa del nostro ritorno, ma dei carnivori ancora nessuna presenza. Ci piazziamo sotto la grande capanna del Lower Sabie e ci godiamo il panorama del fiume gustandoci un’ottima insalata. Che spettacolo davvero impagabile, forse questo è il Camp più bello del Kruger.

Riprendiamo il viaggio alle 14:30: dovremmo attraversare tutto il parco da est ad ovest ed uscire prima che chiudano i cancelli, alle 18. Ripercorriamo le strade della mattina: gli elefanti non ci sono più, e nemmeno le leonesse. Passiamo lo Skukuza Camp e andiamo in direzione Pretoriuskop perché in quella zona è indicata una puntina nera, il leopardo.

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La zona Ovest del Parco è molto meno frequentata. Il paesaggio è completamente diverso rispetto a quello visto finora: è più secco e anche più collinare. Vediamo poco. Forse è anche la stanchezza che ci limita la vista, forse anche l’entusiasmo è andato via via esaurendosi. Ci saluta una zebra, lungo la strada. Sarà il nostro ultimo avvistamento al Kruger. Sono stati dei giorni intensi, il bottino è stato grosso, molto più grosso rispetto a quello collezionato all’Etosha. Basti pensare solo alla quantità di leoni visti.

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Usciamo dal parco, e rientriamo di colpo nell’Africa vera. È stata una nuova sberla. Siamo passati da un posto creato a misura di turista alle town sovrappopolate. Ritroviamo le solite file di persone che camminano sulla strada, mercati improvvisati, sul ciglio della strada le baracche dove vendono di tutto.

Per arrivare a Johannesburg dobbiamo percorrere oltre 400 km. E’ una bella sfacchinata, ma il sole per un po’ ci aiuta a correre lungo le strade ovviamente prive di illuminazione. Ripercorriamo la strada che abbiamo fatto all’inizio di questo viaggio ma per noi è come se la vedessimo per la prima volta! Sono vallate meravigliose, di un verde impagabile piene di vigneti e di coltivazioni di agrumi.

Il viaggio è animato dalla Marti, in versione Fernando Alonso. Si piazza dietro il culo dei camion, e appena vedere la seconda corsia apparire sulla destra ci si butta dentro, facendo andare a mille i giri del motore! Tramontato il sole Massi si mette alla guida. Verso le 20.00 ci fermiamo in un mega Autogrill, al cui interno c’è una varietà di fast food mai vista. Scegliamo di prendere di un hamburger mega, che non riusciamo a finire. Raggiungiamo l’Aviator Hotel che sono le 22: ormai qui siamo di casa e ci muoviamo ad occhi chiusi.

Doccia e nanna. Domani si parte per il Mozambico!

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2 pensieri su “A zonzo per il Kruger

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