Missione Beira

Due anni fa eravamo pronti per partire per prendere l’aereo che dal Sudafrica ci portava al Mozambico e stavamo per vivere una settimana nella vera Africa… Oggi Lizzie ha nove mesi, e questo viaggio non sarebbe possibile… ma forse a due-tre anni ci faremo un pensierino. 


20 Ottobre

Siamo super eccitati, stiamo per partire per il Mozambico!  A mezzo di un autobus improbabile ci portano nel posto più lontano dell’aeroporto dove ci attende un piccolo aereo di circa 30 posti che sembra una specie di bagnarola. Massi lo guarda esterrefatto e continua a chiedermi dove stiamo andando. La sicurezza, o forse è il caso di dire l’insicurezza più totale lo sconvolge, ma questo fa parte del nostro “gioco del rischio”. Quando saliamo ci accorgiamo che sembra esserci una perdita d’acqua dal soffitto, che si manterrà anche durante il volo.

IMG_4727.JPGPer fortuna arriviamo sani e salvi! Atterriamo e ci assale subito un’ondata di caldo: ci saranno almeno trenta gradi e la felpa è subito di troppo. Entriamo nel piccolo aeroporto che sembra più che altro un hangar e intravediamo la figura di Damiano, il nostro amico, dietro ad un vetro. Ci si stringe il cuore, che bello rivederlo! E’ abbronzato, o meglio, scottato e il suo sorriso sornione ci riporta ai giorni in cui lavoravamo insieme per l’organizzazione degli eventi di Medici con l’Africa Cuamm, ONG per cui lui adesso lavora. Sarà bellissimo scoprire questa parte di Africa con lui. Sbrighiamo i controlli doganali e ci troviamo fuori in strada, piedi sulla sabbia. Ci carichiamo a bordo del primo majibombo della vacanza, una jeep di grandi dimensioni con delle specie di “panche” al posto dei sedili. Le strade sono sabbiose e Damiano guida come uno scalmanato. Che ne è stato del ragazzo ingessato che girava per Padova in giacca e cravatta?

La strada che va fino a casa di Damiano è asfaltata, o almeno, è stata asfaltata parecchi anni fa. Ora è un tappeto pieno di buchi da schivare: ai lati della strada la gente cammina inesorabile a piedi. Qua e là casette e negozietti colorati, che vendono frutta, vestiti, ogni tipo di merce commerciabile. Alcune sono interamente colorate da sponsor, in particolar modo Vodafone che qui è Vodacom, e le altre due compagnie telefoniche che hanno una copertura massiva. Arriviamo sull’Oceano, in questo tratto molto sporco a causa del grande fiume che si butta sulle acque di fronte a Beira. Poco male, ci rifaremo gli occhi nei prossimi giorni! Percorriamo la strada lungo il mare fino ad arrivare al Grand Hotel o meglio, a quello che ne rimane. La guerra civile ha devastato il Paese e così le sue strutture. Ora il Grand Hotel di Beira è un vero e proprio Bairo ovvero un quartiere a sé stante, nel quale vivono quasi 4000 persone. E’ devastato, ma vive: la gente è dappertutto e i colori delle stoffe africane spuntano in ogni dove. Poco lontano c’è la casa di Damiano: parcheggiamo di fronte al cancello bianco, scarichiamo le valigie e le portiamo su fino al secondo piano.

La casa di Damiano è una delle tante case “a schiera” che si alzano su tre piani lungo le vie di Beira. In soggiorno sventola la bandiera italiana. Ci ha dato subito un senso di nostalgia, e ci ha fatto pensare a quanto debba essere dura vivere all’estero, soprattutto quando questo è Africa Vera, e non Phalaborwa.

Ci riposiamo un po’, anche se in realtà scalpitiamo per uscire e scoprire!

Poco dopo le 15 ci rechiamo all’Ospedale di Beira. Qui conosciamo Arlindo, un medico molto giovane che ci farà da cicerone per questo nostro primo pomeriggio. Ci porta in giro per l’ospedale che è costituito da una serie di stabilimenti tra cui il più grande con Reparti di Medicina e Chirurgia. La struttura è vecchia ma ha uno stampo europeo. In alcuni posti ci assale un odore nauseabondo, anche se sono prevalentemente i corridoi. Le stanze invece sono decorose anche se essenziali. Per Martina che è abituata a lavorare in ambienti di Terapia Intensiva è uno shock: qui ci sono letti, zanzariere e qualche medicina, null’altro. La visita ci fa riflettere in silenzio.

Quando usciamo dall’Ospedale è ormai l’ora del tramonto e decidiamo di sportarci verso l’Oceano con Arlindo per bere un aperitivo. Le strade sono scassate e il traffico assolutamente disordinato: Damiano si muove tra le vecchie macchine di Beira come farebbe il migliore dei Napoletani sotto il Vesuvio, è diventato un animale di strada. Ci fa capire che qui a Beira, o guidi così o soccombi (un po’ ci marcia…)

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Parcheggiamo la jeep sulla spiaggia e ci sediamo su tavoli vista mare. Prendiamo una bibita all’estratto di succo di mela (Savannah Dry) e Damiano offre ad Arlindo un mega panino in stile Mc Donald’s. Probabilmente era la prima volta che vedeva un hamburger dato che ci ha chiesto come si mangiava!  Ci scoliamo la nostra bibita respirando il profumo di salsedine, con il sole che sprofonda dentro al mare. Accompagniamo a casa Arlindo, che ci conduce alla periferia di Beira nel Bairo di Makurungu. Arrivare è un vero dedalo: le strade sono un disastro, la gente è ovunque e andiamo avanti a passo d’uomo. I riferimenti per arrivare a casa di Arlindo sono un carretto con la frutta, un cartello di lavori in corso: in pratica se li spostassero non riusciremmo mai a ritrovare la via del ritorno. Arriviamo davanti ad una casa in mattoni che si trova alla fine di una via buia: Arlindo ci tiene a farci entrare per farcela vedere, è molto orgoglioso di quello che è riuscito a costruire ed è un vero lusso rispetto alle baracche intorno: ci apre la porta la moglie di Arlindo, una bella signora circondata da due bambini. La più piccola, Gabry, si arrampica su Martina attratta dalla sua collana di perline. E’ bellissima. In casa hanno solo un tavolo da giardino e la cena portata da Arlindo, che è fatta di due filoni di pane. Sono proprio una bella famiglia.

Ceniamo in un locale tipico con riso e dell’ottima carne alla griglia. E’ una bella serata, ma molto ventosa, e di tanto in tanto, nonostante siamo al coperto, i bordi della tovaglia si alzano con una folata. Facciamo discorsi sconclusionati ma abbiamo troppe cose da dirci. Quando usciamo dal locale troviamo un bambino che dorme riparato tra due macchine, coperto dalla sabbia. Damiano ci dice: “Qui è così, abituatevi”.


21 Ottobre

Le notti africane cominciamo e finiscono presto e Beira non fa eccezione: alle sei è già giorno e non essendoci alcun tipo di persiane o tende coprenti è giorno anche in camera. L a luce e i rumori della vita che è fuori non si possono fermare e così siamo svegli anche noi. Di notte i cani abbaiano in continuazione: quando scendiamo in soggiorno chiediamo a Damiano come faccia a dormire con il latrare dei cani perenne che dura tutta la notte. Si fa una risata, dice che ormai è abituato e che non li sente più, e che i cani abbaiano perché hanno fame.

Damiano comincia a lavorare alle 7:30 per cui ci vestiamo di fretta e furia e passiamo per una locanda a fare locazione. Poco dopo arriviamo alla sede del Cuamm, una palazzina anonima a poche centinaia di metri dal mare. Damiano ci presenta i suoi colleghi e ci mostra gli uffici. Con molta sorpresa vedo molti Mozambicani lavorare all’interno della struttura: Damiano ci spiega che ci deve essere un giusto rapporto tra mozambicani italiani.

Non appena arrivati ci dicono di prepararci per un’uscita: veniamo scaraventati a bordo del nostro mitico majibombo con tre infermieri e un motorista alla volta del Centro di Salute di Makurungu. Percorriamo le strade polverose di Beira e dietro saltiamo non poco. Vediamo il classico spaccato della vita ospedaliera: davanti a noi una donna bella paffuta che sa il fatto suo, sul sedile anteriore una ragazza sulla trentina con occhiali da sole e cellulare all’ultimo grido, molto sicura di sé, forse un po’ troppo spaccona, a fianco a noi quello simpatico e curioso, che ci fa sentire a nostro agio. Proviamo a intrattenere una conversazione con lui durante il percorso, ma non è semplice. La lingua è un gran bell’ostacolo, ma in un modo o nell’altro riusciamo a capirci anche se noi parliamo italiano e lui portoghese.

 

Arriviamo al Centro di Salute attraversando il Bairo di Makurungu: è lo stesso che abbiamo intravisto ieri sera, ed è fatto da un sacco di case di mattoni e lamiera arroccate lungo la strada dissestata. Il Centro di Salute è una bella struttura di mattoni che somiglia ad un grande Pronto Soccorso. La coordinatrice dell’ospedale ci porta a vedere la struttura al cui centro c’è una grande sala d’attesa. Notiamo come la maggior parte delle persone che aspettano siano donne e come l’età media sia assolutamente inferiore a quella dei nostri ospedali. Partecipiamo alle visite: i ritmi sono lenti ma la qualità dell’assistenza fornita è buona. Durante la mattina un improvviso scroscio di pioggia sorprende tutti: picchia forte sul tetto di lamiera ed è assordante, intorno a noi nessuno si muove, come se tutto fosse normale. Quando lo scroscio si esaurisce usciamo all’aperto e ci rechiamo in una zona dedicata ai problemi di malnutrizione. Qui le mamme portano a controllo i bambini che vengono pesati di volta in volta. Inoltre si cerca di insegnare loro a preparare delle “pappe” nutrienti utilizzando il poco cibo che hanno a disposizione e, in qualche modo, a massimizzarlo. I bambini sono bellissimi e ci guardano con curiosità. Siamo gli unici bianchi ma non ci sentiamo mai a disagio.

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Ritorniamo pr l’ora di pranzo agli uffici del Cuamm e approfittiamo del sole per andare fino all’Oceano, dove Damiano conosce un “baracchino dell’onto” ideale per mangiare. Ordiniamo un mega panino che ha dentro di tutto: carne, uova, insalata. Rimaniamo a parlare con Dimingo, il proprietario della baracca. Gli facciamo i complimenti per i colori accattivanti del suo locale e ci scattiamo una foto che poi vorrà avere a tuti i costi per farsi pubblicità sul suo sito Facebook. La tecnologia e il social network sono arrivati anche qui!

 

Il pomeriggio è ancora lungo: abbiamo sete di avventura e ci incamminiamo da soli verso il lungomare su vie polverose e pressoché deserte. Non ci sentiamo in pericolo, anche se per la strada non si aggira proprio nessuno. La spiaggia è molto mal tenuta, ci sono blocchi di cemento che all’epoca del Grand Hotel dovevano essere pontili od ormeggi, che ora sono tutti spezzati ed è molto pericoloso avventurarcisi. Proseguiamo sul marciapiede fino ad una grande rotonda dove ieri sera abbiamo visto tante persone fare ginnastica. Ci inerpichiamo sulla spiaggia: ancora una volta siamo gli unici bianchi. Il sole sta scendendo ma i bambini usciti da scuola non rifiutano di fare un bagno. Ci sediamo ad osservare: davanti a noi un gruppo di teenager simula delle mosse di lotta e ad un tratto sembrano suonarsele per davvero. Dietro di noi arrivano due nonni con i loro nipoti. Più in fondo delle mamme, che indossano vestiti coloratissimi, accudiscono i loro piccoletti, il più grande di loro non avrà più di 5 anni. Ci godiamo il sole, il vento, il mare… il dolce far niente.

Ci riportiamo lentamente verso la grande rotonda, nella speranza di vedere Damiano e la jeep bianca. Lungo i lati della strada ci sono degli ambulanti che vendono cibo (pesce, frutta?). Non ci fidiamo di dare troppa confidenza: Damiano sbuca con la sua pazza guida e ci tira su al volo per portarci al mercato, alla ricerca di regalini, capulane e oggetti di artigianato locale.

Appena rallentiamo per parcheggiare un ragazzo con una cassetta di manghi ci insegue fino al parcheggio: siamo bianchi e vuole venderci per forza qualcosa. Damiano contratta in modo esemplare il costo di un kilo di manghi. Quando ce ne andiamo ci accorgiamo che ci sta guardando un vecchio sdentato, che viene subito allontanato dagli africani più giovani. E’ l’uomo più vecchio che abbiamo mai visto in Africa e ci fa un certo che vedere come venga trattato da emarginato dagli altri: è la legge della sopravvivenza? Saliamo la scala di un edificio in cemento armato ed entriamo in una specie di sottotetto che è il mercato. La merce è tutta uguale: prodotti di legno, batik, qualche collanina di noccioline. Compariamo un gran batik da mettere in cucina e alcuni uccellini di legno che sono il souvenir della vacanza: un vero miracolo che stiano in equilibrio!

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Sulla via del ritorno, non lontano dalla macchina, notiamo dei ragazzi che vendono delle capulane. Ci stanno addosso come se non ci fosse un domani: ognuno vuole farci credere che la sua merce è migliore, quando in realtà sono tutte uguali. Diventano matti a tirare fuori la loro migliore e si spingono pur di andare davanti a Martina per far vedere la loro merce. Chiudiamo la trattativa e ci portiamo a casa una bella stoffa colorata: ce ne andiamo con il sorriso sulle labbra.

Quando decidiamo di recarci a casa per lavarci (siamo impolverati fino al midollo!) squilla il telefono ed è Carla, l’amica di Damiano che lavora per Terre des Hommes: ci invita a cena a casa sua e quando arriviamo ci accoglie assieme alla sua amica Ana e a suo figlio Gabriel, un piccolo cioccolatino di tre anni con la testa piena di ricci. Ana è portoghese di nascita e ci dice che ha comprato la pasta per fare la pizza approfittando della nostra tradizione culinaria. Ci troviamo in un baleno ad impastare pizza sul tavolo della sua cucina e non possiamo fare a meno di chiederci cosa ci facciamo a 10.000 km di distanza, in Africa, con in mano una pagnotta, pomodoro e mozzarella. Ci sembra quasi surreale, ma crea un’atmosfera di intimità che è unica. Ci sentiamo davvero a casa, anche se non siamo mai stati più distante da tutto e forse mai più vicini a noi stessi come allora. E’ una giornata davvero memorabile.


22 Ottobre

E’ il compleanno di Martina.

Oggi ci prendiamo tutto il nostro tempo. Non mettiamo la sveglia e ci alziamo con calma verso le otto. Il sonno non è pieno, come al solito. Luce, cani e ora anche un gallo intonano il loro solito concerto e siamo costretti ad alzarci poco dopo il sorgere del sole. Damiano è già uscito: non ci resta che fare una rapida colazione e incamminarci verso la sede del Cuamm che dista circa un quarto d’ora a piedi.  Per strada non siamo soli, è pieno di gente che va a scuola, passeggia, lavora. C’è il sole, fanno più o meno venticinque gradi; la giornata è ventosa e non sentiamo troppo il caldo. Lungo la camminata ci guardiamo intorno: le strade sono molto polverosa, non c’è traffico, solo qualche macchina sgangherata, qualche chapa (i furgoncini-corriera carichi di almeno dieci persone che fungono da autobus, costano meno di un euro a corsa e sono il mezzo più usato per spostarsi in città.) e molte chapela (gli ape-cross adibiti a taxi). Passiamo vicino ad un bidone delle immondizie a cielo aperto, di raccolta differenziata nemmeno l’ombra.

Camminiamo sul marciapiede dissestato, un po’ dalle radici degli alberi, un po’ dalla completa assenza di manutenzione; svoltiamo all’angolo dove c’è un edificio di color rosa, una farmacia. Arriviamo in una grande piazza, che assomiglia per architettura alle nostre piazze del meridione. Al centro un ellisse di alberi, attorno a cui ruota la strada; alla nostra destra la Facoltà di Ingegneria, davanti il Museo delle Belle Arti. In mezzo alla piazza la gente improvvisa la vendita di qualcosa, forse pannocchie. Proseguiamo il nostro cammino: passata la piazza prendiamo la seconda laterale a destra, dove si trova la sede del Cuamm. Riconosciamo il posto perché fuori è parcheggiato il “majibombo”.  Oggi è il giorno delle visite mediche e noi scendiamo in campo! Organizziamo le squadre e i materiali per la visita del pomeriggio. Marcella siede con noi e insieme iniziamo a studiare i dosaggi pediatrici dei farmaci più comuni oltre che le malattie tropicali più frequenti. E’ una specie di tour espresso prima della prova pratica, senza margine di errore.  Ci vestiamo con le casacche bianche del Cuamm: Massi sta benissimo, con il fonendoscopio al collo sembra un vero medico! Scattiamo una foto tutti insieme prima della partenza : siamo carichi!

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Quando arriviamo alla scuola ci dividiamo in due gruppi: i bambini parlano portoghese e abbiamo bisogno di un’interprete, nella fattispecie Damiano e Carla, la quale in particolare traduce al volo qualsiasi cosa. La invidiamo, vorremmo poter parlare come lei. Martina e Damiano visitabo, Massi ha deciso di darsi alla misura: annota temperatura corporea, altezza e peso di ogni bimbo e ci aiuta a capirci con i percentili. Lo vediamo a suo agio: la sua umanità e la sua intelligenza lo avrebbero reso un dottore con la D maiuscola. Le visite si susseguono velocemente: i bambini sono malnutriti ma in buona salute, ci aspettavamo di peggio anche se le condizioni igieniche sono precarie. Un solo bambino di quelli che abbiamo visitato era lavato, gli altri no, è come se fossero tutti impolverati. Ci guardano con circospezione, abbiamo l’impressione che non ci temano ma che siano comunque in ansia per quello che potremmo far loro. Vorremmo poter fare di più che dare un farmaco vermicida: questi bambini hanno bisogno di mangiare!

Tra i vari bambini vediamo anche la piccola Emily, che oltre ai denti cariati ha anche un dente rotto probabilmente da un colpo sferrato da qualcuno della Comunità nella quale vive. Ci vengono i brividi quando ci rendiamo contro della violenza che regna indisturbata in queste popolazioni e che è considerata “normale”, al punto che le donne vogliono essere picchiate dai mariti come prova di Amore. Anche il tradimento fa parte delle dinamiche di coppia: è normale che nei Centri di Salute le donne gravide facciano immediatamente test per HIV e sifilide, a sottendere la ovvia promiscuità sessuale in assenza di protezioni, con ovvio scambio di malattie sessualmente trasmissibili. Come dimenticare la scena della donna che non ha voluto farsi l’iniezione di penicillina nonostante fosse sifilide positiva? E il volto indifferente del marito?

Ci chiediamo dove stia il giusto, dove risieda il giusto mezzo fra la nostra società abbondante ed eccessivamente maniacale e quella così selvaggia e dove la regola del “vivo alla giornata” toglie ogni prospettiva alla parola “prevenzione” o “futuro”.

Concludiamo la visita dei nostri 18 bambini in qualche ora e al termine facciamo la foto di rito con tutta la squadra che ha lavorato. E’ quasi il tramonto: il colore acceso del sole infuoca le nostre divise bianche. That’s Africa! Quando usciamo dalla scuola il sole sta calando: ci stringiamo a guardare dei ragazzi giocare a calcio e Marcella ci fa una foto di spalle. Adesso è incorniciata in soggiorno ed è un po’ “la foto del viaggio”, carica di emozioni forti che né il mare né la savana sono riuscite a darci.

Torniamo al Cuamm stanchi ma super soddisfatti: domani partiamo per il mare e Damiano deve ancora finire alcune cose di lavoro per cui decidiamo di tornare a casa da soli. Il sole è quasi tramontato, ma la cosa non ci spaventa più. Ormai siamo di casa a Beira! Torniamo sulla strada e appena avvistiamo una chapela, tiriamo fuori il braccio e montiamo quasi al volo. Non sappiamo l’indirizzo di casa di Damiano, non sappiamo nemmeno il portoghese, ma a gesti ci si capisce. Con il motore cinquantino a palla scorrazziamo per le strade di Beira, capelli al vento. Ridiamo per l’assurdità della situazione: siamo a bordo di un Ape Cross, senza sapere la lingua del posto, senza sapere bene dove andare, in un posto a noi totalmente ignoto. Questa è la libertà!

Riconosciamo la casa di Damiano, paghiamo i 100 meticais e salutiamo il nostro taxista. Arriviamo davanti al cancello bianco: in Africa le case non hanno la serratura ma i cancelli sono chiusi da pesanti lucchetti e da due “anelli” sul retro del cancello stesso chiusi da un altro lucchetto ad arco, motivo per cui non è proprio banale aprire un cancello. Proviamo a tentoni ad inserire la chiave nel buco della serratura che non vediamo. La chiave non entra. Per scrupolo proviamo e riproviamo  anche le altre, ma niente. Ripetiamo i tentativi quando sentiamo una voce amica che ci dice: “Che fate?”. E’ Andrea, il coinquilino di Damiano che ci suggerisce che casa loro è un centinaio di metri più in là!  A Beira i ladri scoperti a scassinare le serrature vengono presi, letteralmente avvolti in un copertone, cosparsi di benzina e incendiati vivi. Scoppiamo a ridere immaginando la scena di noi che bruciamo all’interno di un copertone: quando realizziamo che non è un aneddoto ci viene un brivido. Ci facciamo la doccia e ci prepariamo per la serata: c’è da festeggiare il compleanno di Martina!

Speravamo di preparare una cena in stile italiano per ringraziare Damiano dell’ospitalità, invece anche questa sera mangiamo fuori, al mitico Copacabana, che Damiano chiama “il baracchino”. Il locale è un insieme indifferenziato di sedie appiccicate di salsedine e schiacciate sulla sabbia dove servono pollo o maiale con verdure cotte. Due amiche di Carla si sono rifiutate di venire a cenare lì per paura di stare male. Noi siamo andati abbastanza tranquilli: dopotutto Damiano ci era già stato mille volte! Ci hanno servito “porco” che a nostro avviso è il pezzo di maiale che noi usiamo per fare il prosciutto: è letteralmente un disco volante di carne con l’osso al centro, buonissima da mangiare, addirittura enorme! Marcella, Carla, Andrea sono parte del gruppo e il compleanno diventa memorabile. Chiusura degna di serata il brindisi al Miramar, locale di dubbia fama pieno di prostitute. Allucinante assistere alla scene di abbordaggio sorseggiando Amarula su bicchieri talmente usati da essere quasi opachi! Siamo ancora vivi! Quando lasciamo il locale non è tardissimo, ma le notti in Africa cominciano e terminano presto. Domani ci aspetta un lungo viaggio. Quanto lungo? Non siamo più di tanto informati.  Dopo tutto che importa del tempo?


 

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