Namibia: it’s time for Africa!

Oggi raccontiamo un’avventura stupenda nel cuore dell’Africa. Era il giugno del 2013: Namibia, il nostro Viaggio di Nozze, ancora senza Lizzie.

La domanda che viene spontanea e’: si può fare questo viaggio con i bimbi? La risposta è sì! La Namibia è un posto sicuro e facile da percorrere e vivere. Sicuramente i ritmi descritti nel nostro diario sono “per adulti”, ma con dei piccoli aggiustamenti nelle tempistiche e negli spostamenti, ripeto, si può fare.

Non vediamo l’ora che la Lizzie veda gli elefanti e le giraffe, magari tra due anni!


ORGANIZZAZIONE:QUANDO?

  • L’idea di massima del viaggio la fase di “consultazione cataloghi” e diari di viaggio: Agosto 2012
  • Prenotazione del viaggio aereo: Gennaio 2013
  • Viaggio: giugno 2013

CONSIGLI

  1. Noleggiate una macchina robusta: i chilometri di sterrato sono tanti. Noi avevamo un Toyota Hilux cabinata. Lungo la strada abbiamo corso e superato il doppio della velocità di molte utilitarie. È vero che in Africa il tempo non esiste, ma arrivare in metà tempo fa sempre comodo
  2. Noi abbiamo viaggiato a cavallo tra Giugno e Luglio, in pieno inverno. Le giornate sono molto corte e quando cala il sole fa parecchio freddo. Ci siamo goduti poco le strutture (tutte con la piscina). Settembre/Ottobre può essere sicuramente un periodo più favorevole
  3. Profilassi antimalarica: non l’abbiamo fatta. Abbiamo conosciuto europei che vivono in Namibia e non l’hanno mai fatta. Abbiamo visto qualche zanzara. Tenete a mente che l’unica zona a rischio per davvero non è compresa nel nostro diario e comprende Caprivi e zona delle Epupa Falls
  4. È necessario entrare nella mentalità che vanno sfruttate le ore di sole: perciò sveglia alle 6:30, cena alle 18:30 e alle 22:00 sotto le coperte!
  5. Fate sempre benzina quando ne avete occasione e ricordate che al distributore si paga solo in contanti. Tenetevi sempre 500 dollari namibiani di riserva, che non si sa mai!
  6. Patente Internazionale: serve. Sul sito della Farnesina c’è scritto che è consigliata ma non obbligatoria. A noi è stata chiesta ben due volte, di cui una all’ingresso dell’Etosha. Se non ce l’avessimo avuta probabilmente non saremmo entrati nel parco.
  7. Prima di partire fate un salto dal vostro meccanico di fiducia e imparate e cambiare una gomma. A noi non è servito ma evidentemente abbiamo avuto un colpo di fortuna! Inoltre controllare, al momento del noleggio, che ci siano tutti i pezzi necessari per cambiare la gomma (crick compreso).

COSA LEGGERETE IN QUESTO DIARIO

Durante il viaggio abbiamo scritto entrambi il nostro diario personale. Ogni luogo è stato condiviso ma anche vissuto in modo unico e diverso.  QUESTO E’ IL DIARIO DI MASSIMILIANO… a richiesta abbiamo anche quello di Martina!


WINDHOEK

Sull’aereo che ci portava da Johannesburg a Windhoek abbiamo cominciato a essere davvero emozionati: il paesaggio sotto di noi era brullo, qualche pozza bianca prosciugata dall’acqua, dei piccoli villaggi e delle strade che sembravano disegnate con il righello. Abbiamo cercato identificare qualche gregge di animale, ma eravamo troppo alti per vedere così nel dettaglio. Eccola lì, una piccola striscia nera in mezzo al niente: il nostro aeroporto.

IMG_0033.JPG

Sbrighiamo le pratica di ingresso e entriamo in Namibia. All’Avis ci dicono che la Hyundai che avevamo prenotato non era disponibile: ci danno un doppio cabinato della Toyota, Praticamente un camion 4×4. Enorme! Siamo entusiasti!

La guida è a sinistra, la macchina enorme. All’inizio mi sento molto impacciato e teso: con gli incroci è molto difficile capirsi e rischio di essere anche tamponato nell’immissione in una strada. Scambio i tergicristalli per le frecce, il cambio è dalla parte storta, difficile fare in maniera automatica qualcosa che fai in modo automatico. Un bel casino.

Il paesaggio attorno a noi è brullo, la città dista 50 km. Ci godiamo la strada senza musica. Dopo qualche kilometro incrociamo delle scimmie. Incredibile.

Il navigatore ci porta in hotel: è molto ben curato e siamo contenti della nostra prima stanza. Scalpitiamo, ci facciamo dare le indicazioni per andare in centro. Monta con noi in macchina una coppia di spagnoli, anche loro in viaggio di nozze. Loro sono al termine del loro viaggio e fantastichiamo sui loro racconti. Parcheggiamo l’auto in un silos e partiamo all’esplorazione: dapprima la Christus Kirche e poi il panorama in cima all’Hilton hotel.

L’impatto che abbiamo con la città è strano: non ci sentiamo in Africa, ma nemmeno in Europa. I namibiani a quest’ora (le 17.00) escono da lavoro e si fermano a fare la spesa. Gironzoliamo per il centro, il posto più carino è vicino al post Mall. Tante bancarelle…. E tanta fame!!! Compriamo una tovaglia africana, forse per un prezzo troppo alto, ma in effetti era proprio bella! Dobbiamo imparare a contrattare, senza però approfittare della povertà. Compriamo qualcosina nei negozi di cincionerie: orecchini e un bel cappello per me (da 515 dollari a 200!!!). Facciamo ritorno stanchi morti all’albergo. Una bella doccia e una pausa sul letto mi ristorano.

Pronti per andare da Joe’s beer bar, in macchina. Il buio e la guida a destra mi mettono un po’ di tensione, il navigatore si impapina, sbagliamo strada, prendo anche una strada in controsenso. Sono un po’ stanco e nervoso. Il ristorante però è proprio uno spettacolo. Sono piccole capanne, arredate in stile africano. Prendiamo una T bone namibiana e zebra, con un buon rosè. La carne di zebra è squisita! Chiudiamo con un ottimo dolce al cioccolato (che si scoprirà poi essere il mitico Malva pudding) e andiamo a nanna. Fuori fa proprio  freddo, accendiamo il riscaldamento. Diciamo che oggi è stato un giorno di adattamento. Niente di speciale, ma le aspettative sono altissime!

CONSIGLI:

  1. Non parcheggiate lungo la strada perché il parcheggio è valido per un’ora (colonnina con monetine da inserire, 1 dollaro massimo di tariffa); noi abbiamo parcheggiato al parcheggio del supermarket (a pagamento ma no limite di tempo)
  2. Non fatevi prendere dalla frenesia di comprare: lungo il percorso ci sono mille occasioni di fare acquisti e la capitale non è il massimo
  3. Prima di lasciare ka città fate una buona spesa di acqua, biscotti e crackers: non si mai nel deserto

DA NON PERDERE:

  1. fate un giro lungo la via principale anche se non c’è molto da vedere; carino il post mall
  2. Joe’s Beer Pub: il locale è veramente carino. Prenotate via mail un posto all’interno, soprattutto se ci andate in inverno

CON IL SENNO DI POI

Nulla da dire sul programma, non cambieremmo niente


KALAHARI DESERT

Sveglia alle 6.45. Io sono bello rilassato: a colazione per prendere il ritmo mi mangio due ottime uova e un po’ di pane (pesantissimo) con la marmellata. Riusciamo anche a farci prestare la spina del computer, così ci evitiamo il problema di cercare un posto dove comperarla.

Attraversiamo il centro di Windhoek in macchina: sono meno teso di ieri alla guida e tutto va bene. Fuori dalla città il paesaggio è roccioso e impervio: non me lo aspettavo così. Accendiamo un po’ di musica e ci godiamo il viaggio senza correre troppo. C’è un po’ di revival dell’America, ma non voglio che sia così. Questa è un’altra storia.

Arriviamo al primo villaggio, dove facciamo un salto alla diga. È qui che prendiamo confidenza con il nostro primo sterrato. Passo la macchina a Martina: la vedo a suo agio con la guida a destra, e anche con lo sterrato. E allora mi posso rilassare un po’ anche io.

IMG_0098.JPG

Dopo aver fatto la foto di rito al tropico del Capricorno, prendiamo la 1268, la prima vera e propria strada sterrata. Prendiamo dimestichezza con la strada e cominciamo a scorgere le prime dune rosse. Martina urla “uno struzzo, uno struzzo, guarda lì, fermati fermati!!!”. Io inchiodo e riusciamo a strappare una foto mentre scappa. Sarà solo il primo incontro: lungo la strada ne vediamo altri, e poi springbok e qualche capretta.

Guidare sullo sterrato è davvero esaltante: riusciamo a fare anche 100 all’ora con il nostro “Cabby”. Eh sì, come il vecchio “Dodgi”, anche la nostra Toyota deve avere un suo nome. Il paesaggio muta più e più volte: giallo, verde, rosso…. E il cielo azzurro. Il deserto comincia a farsi strada: saliamo e scendiamo per le dune. Non incrociamo nessuna macchina per 80 chilometri: nessun uomo, nessuna casa, niente.

IMG_0130.JPG

Arriviamo al Bagatelle Ranch per l’ora di pranzo, ci accoglie un ranger che ci fa registrare. La strada che porta al lodge dì lì in poi è molto stretta, è rossa infuocata contrasta con il giallo dell’erba: abbiamo il cuore che batte forte. Alla reception ci accoglie uno springbok molto simpatico, che ci terra compagnia per tutto il resto della giornata.

Prenotiamo il cheetah feeding e il sunset e poi ci rilassiamo attorno alla piscina, gustandoci un ottimo sandwich. Ah sì, questa è vita! È molto presto (non più tardi delle quattro) e il sole piano piano scende, nel silenzio più assoluto.

Sono le 16:30 e ci facciamo trovare pronti per un cheetah feeding: ci aspettavamo una gita vedere i ghepardi in gabbia. E invece montiamo a bordo di un 4×4: entriamo in una gabbia: la guida scende apre il cancello e siamo dentro. Eccoli li, tre ghepardi che ci aspettano. Il ragazzo che ci accompagna, una persona solare e simpatica, scende dalla macchina, ci spiega che hanno fame e che proverà a dare loro da mangiare. Carica sulla jeep, proprio sotto il mio culo, tre grossi pezzi di carne.  Salta in macchina come una gazzella che scappa dal suo predatore, mette in moto e parte a razzo nella savana. Incredibile, a 70-80 chilometri orari i ghepardi ci inseguono. Che passo, che corsa, che eleganza. Ci fermiamo a guardare cosa succede, i ghepardi ci guardano. Il ragazzo mette in moto, e via di nuovo. I ghepardi cercano la nostra carne, e ci inseguono. Li stacchiamo un bel po’, forse sono affaticati, forse sanno che ogni sera il gioco è lo stesso e non vale la pena stancarsi troppo. Il ragazzo scende e prende i tre pezzi di carne. Dal bush ecco che escono a grandi falcate i tre ghepardi e azzannano la carne. La prendono e se la portano nel bush: partiamo alla ricerca. Ne troviamo uno, la guida ci dice di scendere. Per la verità siamo un po’ intimoriti, ma dopotutto lui è impegnato mangiare. Ci avviciniamo. 10, 5, 3 …. probabilmente non più di due metri. Se la sta proprio sbranando quella carne.

IMG_0175.JPG

Il sole scende molto velocemente: il ragazzo ci invita a salire di nuovo sulla jeep. Corre come un pazzo tra le due, dietro si “bampa” alla grande. Arriviamo in cima ad una duna: il cielo sta diventando piano piano rosso, e poi arancione, giallo blu e viola. Il sole scompare velocemente dietro l’orizzonte: si alza un’aria fredda. Ci gustiamo lo spettacolo sorseggiando un discreto vino bianco: tutto attorno il paesaggio è fatto di dune, piccoli arbusti, qualche albero. Introno a noi silenzio solo il cinguettio di uccellini in un nido non troppo lontano.

Aspettiamo nel lodge la cena, e ci soffermiamo a guardare il cielo stellato. Antipasto di carpaccio di orice. Squisito. E poi spiedini e bisteccona di gamesbok. Per finire un ottimo dolce di malva.

Il clima all’interno del lodge è familiare. Finita la cena ci sediamo sui divani e conosciamo  il padre della titolare, un vecchio di 80 anni, nato in Namibia (e morirà anche, ci dice lui). I suoi genitori erano tedeschi, ora fa il commerciante, non abbiamo capito bene di cosa. Alla tv c’è una partita di Wimbledon, Federer contro un ragazzo ucraino.  Il vecchio sembra davvero preparato. Ci facciamo prendere e facciamo con lui il tifo. Federer perde, il nostro “amico” continua a ripetere: “oh, incredibile: the younger is quciker and faster”. Giriamo canale e danno Uruguay-Brasile (Confederations Cup): si siede con noi un nero bello in carne e cominciamo a parlare del calcio europeo. Davvero molto preparato. Parliamo di Cavani, dell’Inter, di Ancellotti. Una conversazione divertente. Si avvicina anche un ragazzo del Sudafrica: è un giocatore di rugby, il prossimo anno giocherà con il Rovigo. Il Brasile fa un gran goal. Usciamo per rientrare alla nostra casetta fatta di paglia e fango. Fuori veramente freddo, ma non più buio come prima: sta sorgendo la luna, bianca, enorme. Intorno a noi il silenzio. Andiamo a nanna, chiudiamo la zanzariera attorno al nostro letto e Martina combatte contro qualche temuta zanzara. Io credo siano malvagie tanto quanto le nostre, senza pensare a malaria o altre cose. Martina ne ammazza qualcuna, spruzza una quantità consistente di insetticida: sono proprio al sicuro con un killer del suo calibro e mi addormento in tranquillità.

Sveglia alle 6.20, per vedere l’alba. Fuori comincia ad esserci un po’ di luce, ed eccolo spuntare nel deserto. I colori sono diversi da quelli del tramonto, più tenui. Non c’è il rosso ma il giallo.  Calma totale, qualche animale a spasso, che pace.

IMG_0269.JPG

Facciamo colazione e via, in direzione Sossusvlei. Mi diverto per una trentina di chilometri al voltante sullo sterrato: rispetto a ieri ci sono molti più animali. Attraversiamo delle cittadine: Martiental e Maltahoe, una strada e quattro negozi. In centro le strade sono larghissime, come se fossero Avenue di new York. Lungo i marciapiedi i negozi sono bassi, con facciate molto colorate. Non tanta gente per la strada, ma c’è un piccolo mercatino: cappellini, smalti per le unghie, qualche frutto come le arance e le banane.

IMG_0310.JPG

Lungo i 200 km percorsi fino ad ora abbiamo incontrato al massimo dieci macchine. Sulla strada ci fermiamo a fare qualche foto: il paesaggio via via che facciamo strada acquista colore, forse per via anche della luce… come se il calore scaldasse i colori della terra. A Maltahoe entriamo in un locale: molto semplice, con cincionerie attaccate ovunque. C’è una simpatica mappa dove tutti i visitatori possono attaccare un “tip” sul loro luogo di provenienza. Ripartiamo, con Martina alla guida. Ci aspettano altri 150 km di sterrato. Il paesaggio ci sorprende sempre: scendiamo sulla C19, ad un certo punto dominiamo tutta la terra sotto di noi. È uno spettacolo. Incrociamo ancora qualche auto: e ad ogni incontro è un polverone. Sulla strada conosciamo una famigliola di francesi: facciamo due chiacchiere sui nostri tour, molto simili.

IMG_0304.JPG

CONSIGLI:

  1. Il Bagatelle Ranch è il Lodge più familiare in cui abbiamo dormito; vale davvero la pena fermarsi.

DA NON PERDERE:

  1. Il cheetah Feeding: farsi rincorrere dai ghepardi è proprio emozionante e non c’è paragone nemmeno con la fondazione per la cura dei ghepardi che troveremo in seguito.
  2. L’aperitivo al tramonto: molto suggestivo

CON IL SENNO DI POI

A noi è sembrato perfetto


NAMIB DESERT

Il viaggio verso Sossusvlei è una vera immersione nei colori dell’Africa: il giallo sullo sfondo, dietro di noi le montagne rosse e il cielo azzurro. La strada scende e si fa più divertente: una serie di saliscendi con curve, sembra di essere in un rally. Io mi diverto un sacco, Marti si lamenta perché i pezzi belli li faccio sempre io. Faccio anche il mio primo sorpasso sullo sterrato: che esaltazione.

IMG_0350.JPG

Dalla C19 giriamo a sinistra, verso Sossusvlei: in fondo intravediamo le dune rosse. Arriviamo al Sossusvlei Lodge, una struttura davvero molto molto elegante. La nostra camera non è ancora pronta e allora ci prendiamo il pranzo, visto che quello del sacchettino preparato al Bagatelle è alquanto squallido. Aspettiamo all’ombra di una acacia africana, lì in fondo alla pozza gli animali si abbeverano. I tempi africani sono lunghi, forse non esiste il tempo. Ma per fare 2 sandwich  40 minuti sono davvero troppi.  Portiamo le valigie in camera. Una bellissima tenda, con vista sulla savana.

Il sole ci concede ancora qualche ora: andiamo a vedere il Sesriem Canyon. All’ingresso del parco un ranger ci fa attendere un bel po’: ma come detto, in Africa non ci sono tempi. Il canyon ricorda alla lontana l’Antelope Canyon, ma molto alla lontana. Al ritorno ce la prendiamo con calma ascoltandoci della buona musica. Rientriamo in tenda, ci facciamo la doccia, preparo un buon the e lo sorseggiamo nel nostro terrazzino, godendoci il tramonto. I colori del cielo non finiscono di stupirci. Son davvero appagato: è un momento indimenticabile.

IMG_0435.JPG

Scende piano piano la notte, e con essa il freddo. Il banchetto è allestito all’aperto, alla luce delle stelle. Il nostro tavolo è sotto un albero bianco, non troppo lontano dalla griglia del barbecue. Carne di tutti i tipi: kudu, eland, orice, struzzo, springbok, wildebeest, zebra, e chi più ne ha più ne metta. Presi dall’entusiasmo le proviamo tutte.

Finita la cena andiamo davanti al fuoco cercare un po’ di compagnia. Fanno Italia-Spagna e sui divani è appollaiata una famiglia di europei. Lei è italiana, lui tedesco. Hanno vissuto in Namibia da sempre e ora di sono trasferiti in Sudafrica. Lei ci racconta della vita in Namibia, di come si una volta si viveva meglio. Parliamo del più e del meno: lei lavora per i viaggi e conosce molto bene il giro che facciamo e ci da un sacco di consigli. Mi impressiona suo figlio Alessandro (in onore di Del Piero) che parla un inglese British style: che invidia. Si fa tardi, rientriamo in tenda e crolliamo.

L’indomani la sveglia è molto presto: 5:45. Fuori è ancora notte. Colazione abbondante e via verso le dune di Sossusvlei.  Il pass lo avevamo fatto il giorno prima, per cui non abbiamo intoppi burocratici. Strada facendo gli animali aumentano sempre più: tantissimi struzzi, springbok e orici. Strada facendo le dune diventano sempre più numerose ed alte. Il colore rosso diventa predominante, in cielo due mongolfiere ci danno l’occasione per scattare foto da cartolina. Con il cappello nuovo ovviamente. La musica di Springsteen in macchina ci mette di buon umore: il sole che piano piano si alza colora la savana, che sta diventando deserto. Sulla sinistra la duna 45.

IMG_0559.JPG

Parcheggiamo la macchina, proviamo a salirla in felpa, ma c’è davvero troppo vento e fa molto molto freddo. Torniamo indietro, prendiamo i piumini e ricominciamo la scalata. Davvero dura. Il sole, che non è ancora alto, disegna sulla duna l’ombra: da una parte scura e dall’altra chiara. Camminiamo sulla criniera siamo soli: che spettacolo, in cima il paesaggio è mozzafiato. Facciamo qualche foto di rito, e ci sediamo sulla cresta a gustarci il silenzio. Il sole illumina la pianura davanti a noi, le dune ai lati fanno da contorno, il vento soffia in faccia e muove la sabbia sulla cresta. Sono davvero dei begli istanti. Scendiamo, io prendo la via più ripida, dritto per dritto giù per la duna. Il mio corpo prende sempre più velocità, mi sembra di volare sulla sabbia. In pochi secondi ho sceso i 140 metri di altezza della duna.IMG_0594.JPG

Riprendiamo la strada verso Deadvlei. Arriviamo al punto da cui in poi solo i 4×4 possono andare: la sabbia inizia a esser più profonda, le dune attorno a noi sempre più alte. Siamo nel mezzo del deserto, la macchina mi si blocca. Inserisco le ridotte e me la spasso sul fuoristrada. Ci blocchiamo, e una guida se la ride mentre sgaso. Parcheggiamo, e ci spogliamo: tenuta estiva. Quando il sole è alto in cielo, e la temperatura sale. Cammino scalzo tra le dune rosse, sento la terra sotto i miei piedi: ecco lì la valle bianca con gli stecchi di albero. Ci sediamo sulla coltre bianca di sale per fissare nella mente questi bellissimi colori. Sulla sinistra dei bambini risalgono la duna più alta: lo vogliamo fare anche noi. Le forze residue sono poche, ma ci avventuriamo ugualmente. Mani e piedi, tutte le nostre forze per salire il gigante della natura. Martina poco più avanti di me ha un’energia infinita. Io la seguo, a dir la verità un po’ boccheggiando. Fa caldissimo, la sabbia mi scende sotto le mani, la duna mi lavora contro. Arrivati in cima priviamo un senso di appagamento.

IMG_0642.JPG

Martina riprende l’auto per godersi la guida sulla sabbia delle dune. Io faccio un video, e mi viene la brillante idea di mettermi nel van retrostante del nostro “Cabby”. Che pessima idea: quante botte che mi prendo! Continuo a battere sul vetro, dicendole: “basta basta”, ma lei si diverte e fa finta di non sentirmi. Ahi ahi, botte ovunque. Finalmente le dune finiscono Martina si ferma. Rimonto al mio posto e mi lamento non poco… Però ci siamo divertiti.

Ritornati al Lodge mi prendo un’ottima insalata greca e schiaccio un bel pisolino. Sono esausto. Al risveglio sono prontissimo per il giro in quad. Ci vestiamo un poco, perché il giro sarà al tramonto. Prendo un po’ di confidenza, davanti ho Martina che non scherza. Ad un certo punto fa un fuori pista e la passo. Ah ah ah, che numeri! Mi diverto a fare qualche video e qualche foto. E poi via all’inseguimento della guida, dando gas al massimo. Vediamo pochi animali, ma diciamo che il gusto di guidare sulla pista di sabbia è davvero insuperabile. Facciamo passare Martina e vedo con grande piacere che è bella presa. Scula di qua e di la… e finisce dentro un cespuglio. Sono un po’ preoccupato che si sia fatta male, ma quando vedo che sta bene scoppio in una risata. Ecco che si toglie le spine, proprio come la iena del Re Leone. Con noi ci sono due americani e così, alla pausa aperitivo, attacchiamo bottone. Mi impressiona il fatto che non avessero mai visto un cielo stellato a New York. Riprendiamo il tour, diventa sempre più buio e la guida si fa più complessa. Il sole è quasi all’orizzonte, il casco e gli occhiali sporchi di sabbia complicano le cose. Torniamo in camera tutti sporchi di sabbia e polvere ma contenti. Ci facciamo una doccia, mi rilasso a studiare il percorso del giorno dopo.

Andiamo a mangiare: il menu è quello della sera precedente, ma non ci lamentiamo. Proviamo a cercare amici davanti al camino, ma niente, il fuoco non è neppure acceso questa sera. Questo lodge non ha a familiarità del  Bagatelle Ranch. Andiamo a letto, stanchi morti per una giornata davvero faticosa.

La sveglia è puntata alle 7.00, ma le luci dell’alba che entrano nella nostra tenda mi svegliano molto prima. Siamo pronti per partire per il mare.

Prendiamo la strada per Solitaire, un paese che non si può dire paese: una pompa di benzina, un market e un negozio di torte. Mentre gustiamo la nostra torta di mele seduti al tavolo, veniamo accerchiati da centinaia di uccellini. Facciamo qualche foto di riti ai rottami delle auto all’ingresso del paese, e via di nuovo. Ci attende tanta strada, tutta sterrata.

IMG_1444.JPG

Lungo la strada prendiamo confidenza con la macchina, oltre i 100 allora sullo sterrato. Superiamo diverse bagnarole, e ci riteniamo da davvero fortunati ad aver ricevuto questa macchina. Superiamo alcune macchine che fanno i 50-60 all’ora: deve essere davvero infinita la strada per loro. Passiamo i due passi, in mezzo ad un canyon, davvero spettacolare.  . Siamo nel deserto, tutto giallo intorno a noi. La macchina bampa su e giù, ad ogni duna un ohhh di meraviglia per quello che ci aspettiamo dietro lo scollinamento.

Siamo un po’ stanchi. Nonostante i nostri ammortizzatori abbiano reso il viaggio confortevole, lo sterrato è davvero faticoso. Aspettiamo il mare!

CONSIGLI:

  1. Il Lodge, sebbene molto caro, va prenotato solo per il buffet incredibile e tipico che offre
  2. La mattina della visita alle dune partite molto presto: a mezzogiorno fa davvero caldo. Portatevi via anche qualche capo di abbigliamento pesante: le escursioni termiche sono molto elevate

DA NON PERDERE:

  1. Una foto seduti sulla Duna 45 con la vostra macchina sullo sfondo
  2. Il deserto di sale con gli alberi pietrificati di Deadvlei
  3. La scalata di una duna (non sulla cresta ma sul fianco)
  4. La guida sulla sabbia per raggiungere Deadvlei con il vostro 4×4
  5. Una foto sulle macchine abbandonate a Solitaire (molto Route 66)

CON IL SENNO DI POI

  1. Sarebbe stato bello fare il giro in mongolfiera, ma è molto costoso (si parlava di 300 euro a testa).
  2. Dato che l’arrivo è per forza di pomeriggio è inutile addentrarsi nel parco i cui cancaeli chiudono a tramonto. Informatevi quindi sulle attività che organizza il lodge e prenotatele un giorno prima. Vanno a ruba!

SWAKOPMUND

L’ingresso a Swakopmund è strabiliante: ci accolgono le dune gialle che dividono il deserto dal mare: la foto di rito non può mancare. Non prendiamo la strada dell’oceano che faremo il giorno dopo, ma ci teniamo le dune sulla sinistra. Il cielo sopra l’oceano è plumbeo, ci ricorda l’arrivo a Losa Angeles. Mi sa che passeremo due giorni di freddo e umido.

È ormai l’ora di pranzo e, per fortuna o per sfortuna, i negozi sono tutti chiusi. Peccato è una cittadina colorata e pulita. Alcune costruzioni ricordano la Baviera. Puntiamo l’oceano, mangiamo un ottimo hamburger in un ristoranti appena sopra la spiaggia, al chiuso. L’aria è pungente, ma è sabato: sulla spiaggia hanno organizzato dei tornei di beach soccer e pallavolo.  L’aria che si respira è occidentale: chiudendo gli occhi si potrebbe pensare proprio di trovarsi in una spiaggia degli States.

Facciamo un giro in centro, ma è proprio tutto chiuso e quindi riprendiamo la macchina. Avevo letto di un Moon Landscape sulla Welwitschia Drive. Un giro lungo 100 km che vale proprio la pena. Lo spettacolo ricorda quello dello Zabrieske Point, ma molto più grande. Dobbiamo interrompere il nostro giro davanti alla grande rocca con il magma fuoriuscito dal centro. Il sole tramonta presto e non ci fidiamo a guidare con il buio. Lasciamo lo sterrato e rientriamo in città.

IMG_1520.JPG

Il navigatore ci porta alla Swakopmund Guesthouse. È un posto davvero carino, molto di mare. L’arredamento è bianco, sono tante piccole casette vicine a formare un piccolo villaggio. La camera è piccola, ma proprio coccola, con vista oceano, come ci ha detto la ragazza che ci ha accompagnato. Il pavimento del bagno è tutto ricoperto di sassi: sembra di essere in spiaggia.

Andiamo a mangiare da Jucki, lei un’insalata, io un ottimo kinglip. Terminiamo con un dolce Malva, tipico. Condito con della vaniglia. Alla cassa c‘è un grande cartellone dove si può lasciare il proprio biglietto da visita. Tiro fuori il mio, è l’occasione per attaccare  bottone con dei locali, una signorotta e suo marito. Ci raccontano della loro vita a Swakopmund, di come loro figlio sia un cuoco e sia andato a lavorare in Irlanda. Ci offre uno Jegeremaister. Andiamo avanti un bel po’ a ciacoete, gli raccontiamo del nostro giro. Anche lei è nel modo del turismo. Ma qui i bianchi fanno solo questo? Andiamo a nanna contenti della nostra serata.

L’indomani ci alziamo presto: facciamo colazione nella splendida sala da pranzo: l’allestimento ricorda lo stile provenzale. Ci dirigiamo lungo l’oceano a Walvis Bay: da una parte il mare, dall’altra le dune gialle. Uno spettacolo. Arriviamo al molo, pronti per la nostra gita in barca. È un posto molto a misura di turista: negozi di souvenir e bar. La cosa che mi attrae di più sono quelle baracchette dove dei locali improvvisano un mercatino. Si chiamano Mario e Alberto, che ridere. Decidiamo di rinviare le compere a dopo il giro.

Una bionda che sembra olandese ci accoglie al molo del Sun Sail: paghiamo il giro (un centinaio di euro) e montiamo sul nostro catamarano. A bordo ci aspetta una foca, oggetto di mille fotografie. A bordo con noi una comitiva di giapponesi, e una famiglia di canadesi. Prendiamo il mare, tira una forte bava, il sole non c’è, è molto umido. Ci danno una coperta per ripararci, ma quasi quasi non basta. Fanno visita al nostro catamarano anche due pellicani: li fotografiamo da un palmo di naso. A bordo ci offrono un caffè namibiano (alla faccia, superalcolico) e alcuni crostini. Arriviamo al faro: che strano, non è sulla punta di un campo. Dista più di 100 metri dalla punta, questo perché ogni anno il mare porta 1-2 metri di sabbia. Lì si è formata una colonia di foche: ci sono le femmine che accudiscono i loro piccoli e giocano nell’acqua: che tuffi, che piroette! Usciamo dalla baia e prendiamo il largo in mare aperto. Ci seguono dei delfini, proprio sotto il catamarano. Sembrano davvero felici di fare questo bel gioco insieme a noi. Mangiamo del buon fritto di mare…. E c’era anche la frutta! Il nostro catamarano ne affianca un altro. Il baldo giovane che guidava la barca lascia posto al vecchio Hans: un omone enorme, un vero e proprio lupo di mare. Ci dicono che nella baia c’è anche una balena che sia è persa. Eccola lì, non esce molto, si vede appena il dorso. Ma che emozione quando sbuffa. Ne fa tre di fila, poi si immerge per qualche minuto. La vediamo emergere più e più volte. Poi il capitano decide che è ora di tornare: ammaina le vele con l’aiuto del suo mozzo John e nel silenzio assoluto ci dirigiamo verso il porticciolo.IMG_1610.JPG

Qui montiamo in jeep verso Sandwich Harbour. Alla giuda il nostro Captain Hans. Familiarizziamo con lui. Ci fermiamo a fare delle foto ai Flamingos e poi via sul deserto. Martina è esaltatissima dalla guida sulle dune, io un po’ meno. Attraversiamo il pan, vediamo delle saline, ci fermiamo a bere dell’acqua a un fonte. Qui una vecchia pompa tira su l’acqua da sotto il pan. Arriviamo a Sandwich Harbor e ci godiamo il panorama da sopra le dune: e Hans ci offre un lauto pranzo a base di tartine di pane. Ci buttiamo giù a capofitto da una duna con l’auto. Roba da matti. Ritorniamo indietro correndo in auto sulla battigia del mare, con le onde dell’oceano che si infrangono sulla spiaggia a pochi metri da noi.

IMG_1666.JPG

La giornata è stata stancante: prima la nave, poi l’ennesimo sterrato davvero provante. Compriamo qualche cincioneria e ritorniamo a Swakopmund. Martina non si lascia perdere l’occasione di fare un’ultima uscita in 4×4 sulle dune di sabbia.

Facciamo un giro per qualche negozio aperto e andiamo verso Tug, un ristorante sul mare. Molto caratteristico, a forma di barca, in cima ha anche la torre di controllo. Fa freddino e cerchiamo un posto intimo e riparato, lo troviamo vicino alla casse. Ordiniamo del pesce: un salmone e del pesce dell’oceano atlantico. La porzione è abbondante, il vino, non proprio della miglior qualità, ci mette allegria.

Andiamo a letto presto. Stanchi e contenti.

L’indomani siamo partiti verso nord. Abbiamo fatto una deviazione verso Cape Cross. Molto bello, ma che puzza. Le foche hanno fatto un insediamento proprio sulla scogliera: ci si può avvicinare molto: emettono dei rumori tipo pecora. Io proprio non ce la faccio più e ripartiamo.

CONSIGLI:

  1. Si può dormire in una qualsiasi Guesthouse, come abbiamo fatto noi: sono economiche e carine
  2. Prenotate il tour per Walvis Bay in anticipo: noi l’abbiamo fatto con Sun Sail e ci siamo trovati bene

DA NON PERDERE:

  1. Tour in catamarano a Walvis Bay
  2. Sandwich Harbour e la corsa pazza in macchina fra oceano e dune
  3. Cape Cross

CON IL SENNO DI POI:

  1. Noi abbiamo fatto il giro a Sandwich Harbour in 4×4: anche in quad non deve essere male (forse un po’ più faticoso!)
  2. L’esperienza di sciare sulle dune forse andrebbe provata

DAMARALAND

Il viaggio è stato lungo, il più lungo finora. Martina alla guida sembrava imbestialita: sparata a oltre 100 all’ora sullo sterrato, su verso il Damaraland. La strada non è niente di speciale, anzi molto noiosa. Unica nota appunto la guida di Martina e il brivido ad ogni suo sorpasso.

Sulla strada avviciniamo per la prima volta l’Africa vera. Ci sono dei banchetti e ci fermiamo. Una donna, un uomo e un bambino ci lasciano guardare la loro merce senza starci troppo addosso. Vendono pietre di tutti i tipi, solo pietre. La signora ci chiede se abbiamo qualche vestito, io tiro fuori le mie magliette. Il bambino è felice, guarda cosa faccio dentro la macchina. Ci chiedono anche da mangiare, abbiamo i biscotti. D’improvviso mi sento a disagio. Ci chiedono medicinali, ci danno il loro indirizzo. Martina se lo scrive sul cellulare, il bambino chiede alla mamma di fargli vedere cosa Martina sta facendo. Nonostante la sua condizione disagiata ha un bel sorriso. Salutiamo con la promessa di mandare giù qualcosa.

IMG_1737.JPG

Poco dopo sulla sinistra una macchina ferma, sì una di quelle che Martina aveva sorpassato con gran stile. Ci fermiamo a chiedere se hanno bisogno.  Hanno forato, ma il sudafricano, in compagnia di moglie e figlia, sembra ben preparato all’imprevisto. Ci intratteniamo qualche minuto più che altro per vedere come si fa.

Arriviamo per l’ora di pranzo ad Uis: parcheggiamo in questo paese con un supermarket, un benzinaio, un ristorante e qualche casa. Molte persone sono all’ingresso del supermercato. Ci si avvicina Mario, un bar man in hotel lì vicino: vuole un passaggio per andare a lavoro ma non ci fidiamo troppo. Entriamo al supermercato e prendiamo un succo e due pezzi di pane e formaggio. Ci sentiamo braccati e non vogliamo mangiare qui. Facciamo pipì e ci portiamo avanti con la strada. Troviamo un albero e ci fermiamo all’ombra: il panino non è dei migliori, il posto è pure pieno di mosche. Vabbè ci rifaremo con la cena di questa sera.

Sulla strada troviamo un’altra macchina ferma per una foratura. Siamo certi che prima o poi toccherà anche a noi. È qualche giorno che Martina alla guida, saluta tutte le macchine che incrociamo o superiamo (lei alza l’indice: dice che è così che ci si saluta per strada tenendo una guida rilassata): Solo ora ho capito il perché di tutti questi saluti: se foriamo ha un network di amichetti per cambiare le ruote!

Lungo la strada ci sono parecchi baracchetti e conciamo a vedere qualche piccolo villaggio di locali. Due donne con dei vestiti molto colorati ballano e ci invitano a fermarci. Vendono delle bamboline, ne compriamo una. Il banchetto è costruito in legna: una donna è per terra con un bimbo, molte mosche intorno. Ci chiedono da bere. Rinuncio al mio succhetto appena comprato. L’impatto con la popolazione locale è davvero dura e mi mette a disagio.

IMG_1759.JPG

Riprendiamo il viaggio, guardandoci intorno alla ricerca di giraffe ed elefanti. Niente da fare: mano a mano che andiamo avanti il paesaggio si fa sempre più rosso: le rocce tonde sembrano dei culi di elefante. Io non mi faccio scappare la possibilità di farmi una foto in cima a una di quelle rocce, e rischio di farmi molto male.

Arriviamo al Mowani Camp: uno spettacolo. Ci accoglie un ragazzo che si sbraccia e ci sorride: che bello, mi sembra proprio l’espressione di questo popolo. L’equipe ci accoglie sotto una grande capanna e ci offre una limonata. Ci aiuta a portare nel nostro capanno le valigie un ragazzo che non sembra molto sveglio e ci risponde con le parole che noi gli diciamo. Mah…. La nostra capanna è meravigliosa, incastonata fra le rocce rosse, con vista sulla pianura. Un landscape mozzafiato. Ci rilassiamo in camera, stesi sul letto a guardare fuori.

Si avvicina l’ora del tramonto, ci spostiamo al sunset view, a un tiro di schioppo da camera nostra. Sorseggiamo del vino rosso stesi sopra un puff: qui conosciamo una coppia di sposini, lui di Napoli, lei di Colonia. Vivono in Germania. Ci intratteniamo con loro nell’ora del tramonto. Ci raccontiamo le cose da neo sposini (ristornate cesta, preparativi, messa) mentre il sole cala riempie il cielo di colori. Mozzafiato.

IMG_1781.JPG

La cena è servita sotto un capanno molto chic. Martina si sofferma più volte a guadare una bionda dalla piega impeccabile, Sembra a una Barbie, è finta. Vuoi mettere come sono più belli i riccetti della mia Martina? Ci servono una pessima pasta sfoglia con della verdura ma si rifanno con un ottimo spiedino di kudu. Osserviamo due signore anziane che sono lì con noi: vorremo socializzare per capire cosa ci fanno tutte sole nel bel mezzo dell’Africa. Ma vanno a letto presto e perdiamo l’occasione. Ci avviciniamo al fuoco per godere dello spettacolo del cielo: qui incontriamo un olandese che ci racconta di venire dalla più vecchia città d’Olanda, con due bambini. Rimaniamo affascianti dai racconti dei suoi viaggi in Zambia, in Zimbabwe, in Sudafrica. Andiamo a nanna e ci godiamo ancora una volta le meraviglie del cielo.

L’indomani ci svegliamo immersi nella nebbia. Qua e la massi rossi sbucavano dal nulla., Un paesaggio surreale. Facciamo colazione, compriamo qualche cincioneria (Martina è sempre alla ricerca di cincionerie).

Ci dirigiamo verso Tweifelfontain, il paesaggio mi piace troppo. Di animali nemmeno l’ombra, qualche mucca e qualche capretta. Una simpatica guida ci accompagna alla visita delle incisioni rupestri. Non mi attraggono più di tanto, Martina invece è proprio presa. La gita dura un’oretta, la prendo come una bella passeggiata. Ci spostiamo verso le Organ Pipes e la Burnt Mountain, niente di che. Ma visto che distano solo pochi chilometri, tanto vale.

IMG_1827.JPG

Ci rimettiamo in strada. Ci aspettano un bel po’ di chilometri in direzione Opuwo. Qua è la c’è qualche villaggio, qualche gregge di mucche e capre e niente più. Peccato avere il sole in faccia, perché lo spettacolo intorno a noi è davvero affascinante. Martina alla guida è uno spasso: ha imparato ad andar in derapata e chi la ferma più.

CONSIGLI:

  1. Il Mowani è il posto più spettacolare in cui abbiamo dormito. Costa parecchio, ma ne vale assolutamente la pena
  2. Al Mowani propongono un safari a caccia di elefanti e giraffe. Sicuramente all’Etosha questi animali non mancano!

DA NON PERDERE:

  1. Tweifelfontain e le pitture rupestri
  2. Il tramonto sulle rocce del Mowani Camp

CON IL SENNO DI POI:

  1. Fate benzina ad Uis: da qui a Opuwo ci sarà solo un’altra stazione a Palmwag. Non vale la pena rischiare.

KAOKOLAND

Lasciamo il Damaraland verso il Kaokoland. Mi metto di vedetta e comincio a guardare fuori dal finestrino del nostro amato “cabby”. Elefanti, giraffe e rinoceronti dovrebbero essere gli abitanti di questa terra. Siamo fortunati: tra le fronde degli alberi sulla sinistra scorgo una giraffa. Siamo super gasati: facciamo un po’ di foto, lei sposta ma tutto sommato sembra le piaccia essere guardata. Ci soffermiamo ancora qualche minuto. Riprendiamo la strada con l’audacia di chi è già appagato di ciò che ha visto. La strada non offre molto: arriviamo a Palmwag, dove ad una specie di gate di ingresso (non sappiano a cosa) ci registrano. Come al solito prendono giù targa nome cognome, punto di partenza e di arrivo. In realtà potremmo raccontare quello che vogliamo, non controllano mai niente. A Palmwag non c’è nulla di più che una pompa di benzina. Il serbatoio è a un quarto, in tasca non abbiamo che 200 dollari namibiani e qui non accettano carte di credito. Che fare? Alla pompa di benzina mi avvicino ad un bianco, sperando che sia europeo per cambiare degli euro. È sudafricano, se non altro mi dice che nel prossimo paese, Sesfontain non è detto che ci sia un distributore e imparo una grande lezione: in Africa non bisogna mai girare senza benzina sperando di trovarla nel paese successivo. E adesso? Per fortuna ci dice che c’è un lodge non lontano da qui. Un po’ arrabbiati con noi stessi per non aver fatto pieno a Uis o aver ritirato più soldi, ci dirigiamo speranzosi verso il lodge, dove veramente ci sono delle palme. Il ragazzo alla reception non sembra molto convinto di darci cash, e chiama il direttore. Il quale fa un po’ il difficile, ma alla fine cede, strisciamo la carta e ritiriamo 1000 dollari. Torniamo alla stazione di benzina e facciamo il pieno. La nostra situazione ha subito una svolta: abbiamo un sacco di soldi e il soprattutto il pieno!

IMG_1864.JPG

A Palmwag, come detto, di supermarket o bar nemmeno l’ombra. Da mangiare abbiamo qualche gianbonetto e patatina, ma ci accontentiamo più che volentieri visto il pericolo scampato. La strada si fa via via più dura, lo sterrato è pieno di avvallamenti. Vediamo uno struzzo, qualche orice e poco altro. Attraversiamo villaggi Himba: piccole capanne recintate da fusti di legno, in mezzo al nulla. Guadiamo un piccolo torrente e facciamo una piccola deviazione a Sesfontain, dove la pompa di benzina effettivamente non c’è. Facciamo un giro all’interno del market e scappiamo. Che posto da paura.

Riprendiamo la strada verso Opuwo, che diventa veramente pessima. Ci sono diversi cartelli: “attenzione agli elefanti”. Ma dei pachidermi grigi nemmeno l’ombra. Martina vola spedita sullo sterrato, anche po’ troppo. In diverse curve scodiamo e si da una calmata. Non si possono fare più dei 60 all’ora. Dopo uno degli infiniti dossi incrociamo due macchine di sudafricani che hanno forato e stavano cambiando gomma. La signora dice che è tutto a posto ma la strada più avanti è veramente brutta. Ci scoraggiamo un po’. Andiamo avanti a fatica, siamo un po’ stanchi e il navigatore segna ancora oltre 100 km. Oggi abbiamo fatto poca strada in tanto tempo. Davanti a noi si presenta una salita pazzesca: mi faccio coraggio, prendo una mega rincorsa e con il cuore in gola la scaliamo, stupidamente senza ridotte. In silenzio, entrambi trepidanti. In quei secondi quante cose ci sono passate per la testa: e se foriamo adesso, e se non arriviamo fino a su…. E’ fatta, scolliniamo. Cominciamo a scendere, ci diamo il cambio alla guida. Mano a mano che il navigatore decresce la conta dei kilometri ci sentiamo più rinfrancati, anche se la strada è veramente pessima.IMG_1877.JPG

Entriamo ad Opuwo: un vero schiaffo. Lungo la strada asfaltata del centro, centinaia di persone camminano sul marciapiede. Etnie diverse: Namibiani, Herero, Himba. A destra un campetto da calcio dove i bambini giocano. Rallentiamo e guardiamo attoniti la realtà che ci sta attorno: questa è l’Africa.

Ci sentiamo fuori posto.

Ci dirigiamo verso il lodge, su in collina. Ci accolgono in maniera un po’ fredda, la signorina della reception ci sembra un po’ antipatica. Ci accompagnano in camera, buia, vecchia tenuta male. Siamo proprio sconfortati. Che ci facciamo qui due giorni? A volta l’apparenza inganna. Chiediamo la password per internet: la signorina di prima guarda il cellulare di Martina e le chiede con curiosità di spiegargli la foto che ha sullo sfondo, quella del matrimonio. Ci svacchiamo a prendere il sole e a guardare il tramonto.

L’indomani sveglia alle 6:30 per andare al villaggio Himba. Ci accompagna un dipendente dell’hotel che ci racconta un po’ di storia della Namibia, degli Himba, di come siano scappati in Angola e poi ritornati: percorriamo una mezz’oretta di sterrato e arriviamo al villaggio. Entra prima lui, per accordarsi con il campo famiglia della nostra visita.

Entriamo e salutiamo le donne con “Morro Morro”, il loro modo di presentarsi. Il capofamiglia ha tre donne. La donna per terra con il bimbo sembra molto schiva, noi ci sentiamo in imbarazzo, forse Martina meno di me. I bambini rompono il ghiaccio e cominciamo a fare qualche foto. Più avanti un’altra donna e bambini mangiano da una pentola una roba a mio avviso immangiabile. Con le mani, in mezzo alle mosche. Io sono sempre pietrificato. Entriamo dentro una capanna: scopro che gli Himba dormono per terra su una pelle di animale. Una bambina pulisce in fretta i rimasugli della cenere del fuoco che avevano utilizzato per scaldare la capanna nella notte. C’è ancora odore di cenere nell’aria. La donna ci fa vedere come usano colorarsi la pelle secondo un rituale preciso e come si profumano. La guida ci mostra qualche oggetto, un mestolo, dei vestiti. Ritorniamo fuori dalla capanna e all’interno del recinto sono arrivate una quarantina di donne, si siedono in cerchio per fare mercatini. La concorrenza è spietata: vendono piò o meno tutti la tessa cosa. Braccialetti, collanine, qualche statuina. Saranno almeno in quaranta. Martina non si fa pregare due volte e fa spesucce di braccialetti. Ci alziamo per andare via, la mia bella Martina è accerchiata dai bambini. Che bella immagine che mi porto a casa. Ringraziamo e salutiamo. È stata proprio una bella esperienza.

IMG_1934.JPG

Torniamo all’albergo e ci rilassiamo per il pomeriggio al sole. Ci arrostoliamo per bene e mangiamo un hamburger: il cibo ancora non mi soddisfa. Ci riposiamo un po’ in camera e nel pomeriggio decidiamo di andare in paese ed affrontare l’Africa.

Andiamo in direzione del supermercato più grande: scendendo dalla macchina i locali ci prendono d’assalto. bisogna lasciare a tutti una piccola mancia. Compriamo l’essenziale, andiamo alla ricerca del bancomat e della fuel station. Facciamo il pieno e piano piano ritorniamo verso il nostro lodge. Rimaniamo ancora incantanti dalla gente per la strada.

Sulla via del nostro albergo c’è un “kindgarten”. Martina è desiderosa di fermarsi, io un po’ più reticente. Mi lascio convincere e attacco bottone con una ragazza, la quale ci fa entrare. Ci spiega un po’ di come è nato il posto. La signora accoglie i bambini piccoli, che non possono essere mantenuti dai genitori. Regaliamo le ultime magliette che abbiamo e facciamo un’offerta, forse un po’ tirchia per le nostre possibilità. Mi domando quale peso diamo a queste cose. Abbiamo speso centinaia e centinaia di dollari namibiani e qui ne diamo solo duecento? Proprio mentre parliamo una piccola si alza: è proprio assonnata, ma è carinissima. Martina prende subito confidenza e comincia a giocarci. Che tenere che sono. Arriva anche il marito, un pastore protestante, con cui mi fermo a parlare del fatto che la chiesa cattolica sbagli a non permettere ai preti di sposarsi. Finiamo e Martina è ancora li che gioca con la bimba. Ci sentiamo accolti in quella casa, e quasi più non vorremmo andarcene. Hanno in mente un grosso progetto: vogliono costruire una casa di accoglienza e stanno raccogliendo i soldi. Non hanno ben chiaro quanto costerà e ciò mi lascia un po’ allibito. Ma d’altra parte siamo in Africa, Hakuna Matata. (Parlavano di 50000 dollari namibiani, ma mi sembrano pochi). Li aspettano dal governo, mah… Fuori è quasi buio, salutiamo e con molte domande nel cuore torniamo nella collina al nostro lodge che questa sera ci pare extralusso.

20130703_161535.jpg

Consumiamo la nostra cena, niente di speciale. Prima di andare a letto Martina consuma il suo solito rituale: abbassa le zanzariere del letto e spara una quantità indescrivibile di antizanzare! Irrespirabile.

L’indomani sveglio Martina al richiamo: dai dai dai, andiamo a vedere i leoni! Per le 7:30 siamo in macchina in direzione Etosha. Finalmente la strada è asfaltata, e soprattutto per i primi duecento chilometri riusciamo a spingere molto sull’acceleratore, non vedevamo l’ora.

Ci avviciniamo ad Oshakati, per strada incontriamo tanti greggi di capre e supermucche, ….mucche con delle corna enormi. Il traffico comincia a diventare più sostenuto. C’è un posto di blocco, la polizia ci ferma. Mostriamo la patente internazionale e il poliziotto ci fa la multa perché ci mancava la targa. Che disdetta, speriamo ce la paghi l’Avis: dopotutto, mica era colpa nostra. Dopo ben mezz’ora di burocrazia (incredibile!!!) entriamo ad Oshakati ed è un vero casino: macchine e uomini ovunque. Lungo la strada anche nei chilometri successivi il landscape non cambia: ai bordi della strada ci sono sempre delle costruzioni, bar, case, meccanici e gommisti (ce ne sono un sacco, qui deve essere un gran business), non eravamo abituati. Qua e la sbucano anche dei centri commerciali che nulla hanno da invidiare ai nostri. Facciamo la pipì al volo in un distributore e sgranocchiamo qualcosa in macchina. Fremiamo di arrivare all’Etosha Park.

CONSIGLIO:

  1. La strada per arrivare è la peggiore in assoluto: in molti tratti è difficile superare i 60 km/h! Non prendetevi troppo tardi. Sulla rampa più pendente ricordatevi di azionare il 4×4 se ce l’avete.

DA NON PERDERE:

  1. Visita al villaggio Himba
  2. Un’ immersione nella realtà di Opuwo: non è una cosa esattamente turistica ma questa è l’Africa vera

CON IL SENNO DI POI

  1. È possibile visitare il villaggio Himba subito nel pomeriggio se si arriva per le 14:00. In questo modo il giorno successivo si possono visitare le Epupa Falls che noi non abbiamo fatto in tempo a vedere.

ETOSHA

L’ingresso è trionfale. In lontananza vediamo una decina di giraffe e già ci siamo dimenticati di quella poveretta vista qualche giorno fa lungo la strada. Strada facendo lo spettacolo è impressionante: decine e decine di zebre, due dozzine di giraffe, facoceri, springbok e quant’altro. La pozza Andoni è magnifica. Passiamo quasi inosservati tra le mandrie e rimaniamo a bocca aperta. La savana qui è senza alberi, l’orizzonte è sconfinato. Le giraffe lasciano la pozza e si muovono verso ovest, dove il comincia a tramontare. In controsole le sagome dei colli delle giraffe sono fantastici. Martina è fuori di sé: farà almeno un centinaio di foto. La Natura regala davvero delle situazioni indescrivibili.IMG_1988.JPG

Il nostro animo è letteralmente alle stelle, non sappiamo se questa ricchezza si ripeterà alle altre pozze. Siamo davvero appagati. Entriamo nel bush e procediamo lentamente, in cerca di animali. Ma neanche l’ombra. Alla pozza successiva due elefanti si abbeverano: me li aspettavo più grandi, sono comunque davvero mastodontici. Strada facendo incontriamo un gruppo di giraffe che brucano gli alberi… e ci attraversano pure la strada. Pazzesco, non pensavo di vederle così da vicino.

Sentiamo la stanchezza e la fame e così ci avviciniamo a Namutoni, la nostra prima base qui dall’Etosha. Si tratta di un fortino, la posizione è molto caratteristica, ma la pozza si rivelerà una delusione. Alla reception solita burocrazia infinita, scriviamo non so quante volte il nostro nome, la nostra targa (a un certo punto ho detto: Marti, inventatela!). Ci accompagnano alla nostra camera attraverso dei sentieri sopraelevati e recintati (il che rende la cosa ancora più avvincente: perché sono sopraelevati, mica di saranno bestie strane….). La casetta è completamente recintata con degli alti bastoni: dentro è incantevole.

Molliamo giù la roba è andiamo alla scoperta del camp: giro per i negozietti con Martina che però non trova nulla. Roba un po’ buttata là, niente di caratteristico. Io salgo in cima al fortino e mi faccio immortalare come un vero esploratore. Il sole ha ancora più di un’ora di vita e io andrei alla scoperta delle pozze, Martina è un po’ meno convinta. Facciamo un giro alla reception, decidiamo di non fare il game drive della mattina (parte alle 5:30, il giorno dopo abbiamo incontrato la guida che ci ha detto che non hanno visto nulla!!! Eh brava Marti). Alla pozza del campo incontriamo il nostro amico francese che racconta del suo giro, della gita in mongolfiera a Sossusvlei, della gita sulle dune di Walvis Bay con il quad. Lui però non è stato al Mowani! Ah ah!

IMG_2027.JPG

Il sole scende, e decidiamo di goderci il tramonto dalla torre. Lì, con la scusa delle foto, conosciamo dei californiani. Vengono da Orange County, e proprio dal telefilm si parte a parlare del più e del meno. Il ragazzo che li ha potati qui ha fatto parte del gruppo dei corpi di pace qui in Namibia e lavorava ad Opuwo. Mica facile.

Il tramonto al solito è qualcosa di stupendo. La stellata che seguirà ugualmente stupenda. Ci appropinquiamo alla cena…. Niente di che. È già la terza sera di fila che ci va di magra. Visti i soliti tempi infiniti del servizio, ne approfittiamo per scrivere le nostre cartoline.

Andiamo a letto stanchi, come al solito non più tardi delle nove e mezza.

Facciamo bagagli, una colazione abbondante e ci mettiamo in pista. Alla scoperta della savana. Martina è alla guida, vuole guidare lei ogg. Io ne approfitto: tiro indietro il sedile, abbasso lo schienale, tolgo le scarpe, butto i piedi sul cruscotto e mi godo la savana come in poltrona.

Alla prima pozza non va male: molte giraffe e antilopi. Poi la seconda pozza un po’ arrogantemente la decido io: bingo! Il rinoceronte! Giusto in tempo prima che scappasse. Riprendiamo la strada per Halali: incontriamo una mandria di elefanti in mezzo ad una radura che ci attraversa la strada. Sono davvero vicini! Giriamo diverse pozze con poca fortuna, andiamo sul pan a scattare qualche foto.

L’idea non sembra delle migliori, tanta strada, niente di spettacolare. Stanchi e un po’ demoralizzati e molto affamatici avviamo per la strada verso Halali, il camp dove pranzeremo. Sulla strada, appollaiata su un sasso, la leonessa. Inchiodiamo la macchina, la spegniamo per osservarla. Sarò a non più di dieci metri da noi. Dall’altra parte della strada una mandria di zebre. Non faccio tempo a farmi scattare una foto che si alza in piedi e ci attraversa tranquillamente la strada: massimo a cinque metri Che botta di adrenalina. Attraversa lentamente la strada e si nasconde nel bush. Aspettiamo in silenzio a motore spento. La intravediamo tra le erbe. La vedono anche le zebre. Sono tutte sull’attenti, ferme guardano il bush. Aspettiamo una buona mezz’ora, in questo momento la fame non si fa sentire. Aspettiamo il grande show. Vogliamo troppo: il leone non attaccherà il gruppo di zebre.

IMG_2089.JPG

È l’una passata e ci avviamo al camp a pranzare. Davanti a un sandwich e una wiener Schnitzler ci raccontiamo ancora le cose pazzesche viste stamattina. Siamo così appagati che resteremo la tutto il tempo. In realtà l’appetito viene mangiando e ci rimettiamo in strada. La pozza del campo, molto bella è deserta. Facciamo tanti chilometri, visitiamo 7-8 pozze, tutte deserte. Sul bush tante antilopi, ma noi adesso vogliamo di più. Il pomeriggio è molto magro, in macchina si passa il tempo cantando e perché no, spingengo un po’ l’acceleratore. Proviamo anche il 4×4 e la macchina è davvero piantata. Verso le 4 prendiamo la strada per Okaukejo. Una macchina ferma, cosa stara guardando? Un leone a una decina di metri dalla strada sotto l’albero si fa un bel pisolo. Ad un certo punto alza anche la gamba e si mette in panciolle. Dopo qualche foto tiriamo avanti.

Entriamo al gate di Okaukejo per le quattro, con largo anticipo sul tramonto. Dopo la solita burocrazia, entriamo in camera. Non proprio nuova, ma non è male come ce l’aveva descritta il nostro amico francese. Facciamo un rapido check della zona ristorante e negozi e ci fiondiamo alla pozza, non poco distante. Attraversiamo un po’ di casette e qualche chalet: caspita, c’è chi si prepara le costicine. Un profumino!

L’arrivo alla pozza è desolante: qualche zebra e poco più. Che delusione. Ci aspettavamo una struttura sopraelevata, in realtà è un grande anfiteatro sulla pozza. Ci guadagniamo una panchina sotto un albero, e attendiamo speranzosi il tramonto. Ormai ci siamo abituati: il cielo si accende di colori, il sole piano piano sparisce dietro l’orizzonte. Ecco che arriva qualche zebra, qualche timida giraffa. Da sinistra entra un elefante, da destra un altro: gli uccelli spaventanti si alzano in cielo cinguettando. l’ultimo elefante molto platealmente fa il giro della pozza, quasi sembri salutare tutti noi. Si strofina sul suo compagno e comincia a bere per la proboscide. Un orice fa irruzione e si butta a fionda nella pozza. E per finire anche un rinoceronte. La scena è ora completa. È sembrato quasi un set cinematografico: ogni attore al momento giusto ha fatto irruzione nella scienza. Tutto è accaduto molto lentamente, ma c’era attesa in tutti noi per quello che doveva accadere. Sembrava di essere davanti ad una televisione, ma aveva qualcosa di diverso. Il tempo. La tv ha dei tempi, lì è come se non esistessero. Attorno a noi le panche si spopolano. Ci spostiamo anche noi verso il ristorante, dove ci aspetta una lauta cena a buffet. Finalmente torniamo a mangiare qualcosa di gustoso: il gamesbok, come lo chiamano loro, è squisito.

Torniamo alla pozza e lo spettacolo è mozzafiato. Ben sei rinoceronti, due elefanti, un sacco di giraffe. Ogni animale ha un suo ruolo, proprio come racconta Mufasa a Simba. Sembra davvero esistere un delicato equilibrio nella savana. Gli elefanti sono i padroni della scena. Si scontrano, si coccolano. Esce uno ed entra un altro. Alzano una gran polvere, che arriva fino a noi. Un elefante tira una gran scorreggia e tutti noi ridiamo. Le giraffe se ne stanno sempre in disparte, quasi timorose. Ad un certo punto il più piccolo dei rinoceronte simula una carica alle giraffe e loro scappano impaurite. Che stupide. La stellata sopra di noi è stupenda.

Il giorno dopo ci alziamo belli gagliardi: facciamo un’abbondante colazione (uova per me, pancetta per Martina), facciamo un salto ai soliti negozietti dove compriamo due magliette e via… La mattinata è davvero triste: pozza dopo pozza, un centinaio di chilometri e animali pochissimi. Solo un leone veramente distante, che non avremmo mai visto senza l’aiuto di un binocolo prestatoci dal vicino di macchina. Niente di che. Torniamo alla spianata della leonessa del giorno precedente, ma niente da fare. Un gran branco di zebre, troppo tranquille perché siano sotto assedio del leone.

Andiamo a mangiare ad Halali molto abbacchiati: due hamburger e una coca ci ridanno coraggio e partiamo belli carichi nel primo pomeriggio. Ecco che sbuca il culo di un grosso elefante in mezzo al boschetto (diciamocelo, tipico boschetto da elefante). Ci avviciniamo ancora: è un branco che ci attraversa la strada. Un po’ imprudentemente ci avviciniamo: il grosso elefante si gira sbuffa. Io un pochi decimi di secondo ingrano la retro. Per fortuna riprende la sua strada. Gli elefanti avanzano nella radura e approfitto per avvicinarmi. Il più grosso si gira ancora e sbuffa. Che scaga!!! La pozza di Aus più avanti ci riserva ancora una sorpresa: il leone che prima era sdraiato ora è seduto. Lo vediamo alzarsi e andare via. Lo spettacolo è durato poco, ma emozionante. Facciamo visita ad altre pozze, ma non ci entusiasmano più. Siamo un po’ stanchi e ci dirigiamo verso l’esterno del parco. Abbiamo davvero imparato a conoscere gli animali: la giraffa è la più stupida, la zebra molto timorosa, springbok e compagni ignari del pericolo che corrono, l’elefante non ha paura di nulla e il leone, beh, è fiero e sa di essere il re!

IMG_2214.JPG

Arriviamo stanchi al Toshari, la sera non ci offre nessuno svago se una appiccicosa mangusta che ci segue ovunque. La cena ci delude molto. Andiamo a nanna con il rimpianto di non aver dormito una volta in più ad Okaukejo.

CONSIGLI:

  1. Non vale la pena fare il giro con le guide: non hanno percorsi privilegiati rispetto ai nostri. Per vedere gli animali bisogna avere fortuna.
  2. Partite presto la mattina e fate piuttosto una pausa lunga a mezzogiorno. Gli animali con il caldo non girano
  3. Arrivate da nord come abbiamo fatto noi: è un modo per attraversare il parco più facilmente. Inoltre la strada da Opuwo al Gate è tutta asfaltata
  4. Procuratevi una buona cartina del parco: all’ingresso non ve la danno. Attenzione inoltre alla legenda delle pozze: molte sono asciutte e non ci sono animali.

DA NON PERDERE:

  1. Obbligatorio soggiornare ad Okaukejo: restate il più a lungo possibile (anche ore) attorno alla sua pozza perché non esiste spettacolo più bello

CON IL SENNO DI POI:

  1. Avremmo dormito una notte in più ad Okaukejo e magari speso qualche soldo in più per aver la camera di fronte alla pozza. Evitare di dormire subito in prossimità dell’Etosha se non volete perdere lo spettacolo degli animali

WATEBERG

Gli ultimi due giorni sono passati molto tranquillamente, quasi privi di emozioni: a posteriori si poteva fare una tappa sola.

La mattina ci fermiamo al Cheeta Foundation. La strada è asfaltata, tranne che per gli ultimi 40 km, dove mi diverto a tirare il mio cabby sullo sterrato. Il centro per la salvaguardia dei ghepardi è di stampo americano. Tante spiegazioni “visual”, una guida che ci accompagna, il museo interattivo anche se un po’ datato…e  perfino un video. Sembra di essere in un parco americano. In questo centro raccolgono tutti i ghepardi orfani e contemporaneamente cercano di creare cultura presso i contadini del territorio, invitandoli a non uccidere i ghepardi, ma piuttosto di prendersi un cane per difendere il gregge. Io mi sono domandato come fosse possibile che un cane lottasse contro un ghepardo. Ho scoperto che in realtà il ghepardo attacca solo quando è sicuro di vincere…. In pratica è un fifone: il cane con il suo abbaiare riesce a farlo scampare. Il momento più eccitante è stato il feeding: questa volta dietro le gabbie. I ghepardi, molto veraci, azzannano in pochi secondi il piatto di carne e se lo mangiano dentro la ciotola.

IMG_2266.JPG

Nel primo pomeriggio arriviamo nel Wateberg: alla reception la solita addetta del NWR ci accoglie in malo modo. Il parco non è un granché, la camera sullo stampo di quella degli altri parchi nazionali. Ci facciamo una doccia, ci riposiamo un po’ e andiamo a fare una passeggiata. Sarà la stanchezza, sarà che l’adrenalina è finita, ma il parco non ci piace proprio. Le passeggiate sono pure tenute male. Per fortuna che lungo la strada incrociamo una comitiva di persone che sta camminando verso la sommità. Ci aggreghiamo con la scusa di parlare a degli italiani, che poi in realtà non ci danno corda. La salita è bella ripida, da sopra il panorama non è niente male. Al ritorno scendiamo con una coppia di sudafricani e bimbi, e facciamo le solite ciacoete.

La sera ceniamo al camp e rimaniamo a vedere la partita Ghana-Chile con una coppia di locali. È bello urlare con loro goal!!! Al 121° minuti. 4-3!

L’indomani ci avviamo verso Okandja dove ci fermiamo a fare le ultime spese di cincionerie. Facciamo una bella trattativa con un locale e per 810 dollari portiamo a casa un bel po’ di roba per familiari e amici.

Arriviamo molto presto all’Olive Groove, dove rimaniamo in panciolle per il resto della giornata. Il viaggio è finito come le nostre forze. Non ci rimane che andare all’aeroporto, senza correre… perché non abbiamo voglia di lasciare la Namibia.

Il viaggio si rivela un’altra avventura: prima mi fanno togliere 5 kg dalla valigia…. Opto per la sabbia e la metto nel bagaglio a mano. Poi ci fermano, pensando che quella stessa sabbia sia droga. Poi prelevano la valigia da bordo della Martina perché troppo grande. E così dobbiamo scendere in Sudafrica e rientrare…. L’avventura non finisce mai.

È difficile trarre le conclusioni. Nel cuore ho mille pensieri, mi porto a casa un sacco di immagini, di colori, di suoni, di sapori che a casa non rivivrò: i tramonti, le stellate, il cibo, gli animali alla pozza, la scalata alla duna, la guida a sinistra e sugli sterrati, …ma soprattutto la certezza che Martina mi renderà un uomo davvero ricco.

CONSIGLI:

  1. Usciti dall’Etosha avevamo calcolato due giorni di viaggio per arrivare a Windhoek. La strada è lunga ma asfaltata e forse si riesce a percorrere in un solo giorno, magari con stop a Okandja.

DA NON PERDERE:

  1. Il CFF è molto bello, ci hanno detto che ce n’è uno migliore pochi chilometri più a sud

CON IL SENNO DI POI:

  1. Il Wateberg non ci è piaciuto molto: non vale la pena perderci un giorno.

COSTI

Di seguito i prezzi pro-capite:

  • Viaggio aereo: 1000 euro
  • Noleggio auto: 400 euro
  • Alloggio (quasi tutti in mezza pensione): 1100 €
  • Assicurazione sanitaria: 100 €
  • Assicurazione viaggio: 100 €
  • Più spese varie di agenzia

Per un totale di Agenzia pari a 3350 € ciascuno (6700 € in due)

  • Patente internazionale: 90 €
  • Carburante, 2° ruota, navigatore, 2° guidatore: 430 €
  • Vitto: 370 €
  • Gite ed escursioni varie: 460 €
  • Regali vari: 300 €

TOTALE: circa 8300 €

Nome Hotel Località Notti Link hotel Link trip advisor
Olive Grove Boutique Hotel Windoek 1 http://www.olivegrove-namibia.com/ http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g293821-d628050-Reviews-Olive_Grove-Windhoek_Khomas_Region.html
Bagatelle Game Ranch Mariental 1 http://www.bagatelle-kalahari-gameranch.com/ http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g673057-d659690-Reviews-Bagatelle_Kalahari_Game_Ranch-Mariental.html
Sossusvlei Lodge Sesriem 2 http://www.sossusvleilodge.com/ http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g667498-d1719731-Reviews-Sossusvlei_Lodge-Sesriem_Khomas_Region.html
Swakopmund Guest House Swakopmund 2 http://www.swakopmundguesthouse.com/
Mowani Mountain Camp Damaraland 1 http://www.kipwe.com/camp-kipwe-home.html http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g479220-d1518987-Reviews-Camp_Kipwe-Damaraland.html
Opuwo Country Hotel Kaokoland 2 http://www.namibialodges.com/opuwo_en.htm http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g1596656-d652643-Reviews-Opuwo_Country_Hotel-Opuwo.html
Namutoni rest camp Etosha 1 http://www.etoshanationalpark.co.za/accommodation/inside-the-park/namutoni
Okaukejo rest camp Etosha 1 http://www.etoshanationalpark.co.za/accommodation/inside-the-park/okaukeujo
Toshari Inn Etosha 1 http://www.etoshagateway-toshari.com/
Bernabè de la Bat rest camp Waterberg 1
Olive Grove Boutique Hotel Windoek 1 http://www.olivegrove-namibia.com/ http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g293821-d628050-Reviews-Olive_Grove-Windhoek_Khomas_Region.html

2 pensieri su “Namibia: it’s time for Africa!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...